Temi formativi e pratiche per i messaggeri
Bibliografia basilare raccomandata: “Il Messaggio di Silo” e “Commenti ad Il Messaggio di Silo”.
Temi Formativi. Sono articolati in un gruppo di conferenze e brevi elaborazioni. Spiccano tra loro: “La guarigione della sofferenza”; “Il fallimento”; “La riconciliazione”; “La fede”; “La religione”; “La trascendenza”; “Unità e contraddizione”; “L’azione valida”; “I principi di azione valida” e “La Regola d’Oro”. Questo elenco non esaurisce la tematica della bibliografia raccomandata.
Pratiche suggerite. Si raggruppano in base a seminari e ritiri. Spiccano tra loro: “La configurazione della Guida Interna”; “La Forza I”; “La Forza II”; “La riconciliazione”; “Il cambiamento profondo ed essenziale”; “La direzione e gli aforismi”; “La domanda”; “La Regola d’Oro e le azioni trasformatrici.”
Pratiche e Temi Formativi sono pensati per essere sviluppati nei Centri di Lavoro dei parchi di studio e riflessione. Quando non si disponga di uno dei nostri parchi nelle vicinanze, le sale e salette delle Comunità sono i posti adatti per queste attività.
Karen Rohn – Marcos Pampillón.
Compilatori dei Temi Formativi e delle Pratiche suggerite.
Centro di Studi di Punta de Vacas. 15/03/2008
Documenti del Manuale di Temi Formativi
e Pratiche per i Messaggeri
Temi Formativi
1.La guargione della sofferenza 5
2.Il fallimento 7
3.La riconciliazione 9
4.La fede 11
5.La religione 13
6.La trascendenza 16
7.Unità e contraddizione 21
8.L’azione valida 22
9.I principi di azione valida 28
10.La Regola d’oro 34
Seminari e Ritiri 1
1. Seminario sulla configurazione della Guida Interna 38
2. Seminario su La Forza I 44
3. Seminario sulla riconciliazione 47
4. Seminario sul cambiamento profondo ed essenziale 50
5. Seminario sulla direzione e gli aforismi 55
6. Seminario sulla richiesta 59
7. Seminario sulla Regola d’Oro e le azioni trasformatrici 63
8. Ritiro su La Forza II 66
Prima Parte – Temi Formativi
Tema formativo Nº 1
LA GUARIGIONE DELLA SOFFERENZA
Silo – PUNTA DE VACAS, MENDOZA, ARGENTINA
4 MAGGIO 1969
Se sei venuto ad ascoltare un uomo che si suppone trasmetta la saggezza, hai sbagliato strada, perché la saggezza non si trasmette né attraverso i libri né attraverso i discorsi; la vera saggezza sta nel fondo della tua coscienza, così come l’amore vero sta nel fondo del tuo cuore.
Se sei venuto spinto dai calunniatori e dagli ipocriti ad ascoltare quest’uomo con il fine di usare ciò che ascolti come argomento contro di lui, hai sbagliato strada, perché quest’uomo non è qui per chiederti niente né per usarti, perché non ha bisogno di te.
Ascolti un pover’uomo che non conosce le leggi che reggono l’Universo, che non conosce le leggi della Storia, che ignora le relazioni che legano i popoli. Quest’uomo si dirige alla tua coscienza lontano dalle città e dalle loro malsane ambizioni. Là, nelle città, dove ogni giorno è un affanno troncato dalla morte, dove all’amore succede l’odio, dove al perdono segue la vendetta, là, nelle città degli uomini ricchi e poveri, là, negli immensi campi degli uomini, si è posato un manto di sofferenza e di tristezza.
Soffri quando il dolore morde il tuo corpo. Soffri quando la fame si impadronisce del tuo corpo. Ma non soffri solo per il dolore immediato o per la fame che il tuo corpo sente; soffri anche per le conseguenze delle malattie che colpiscono il tuo corpo.
Devi comprendere che la sofferenza è di due tipi; c’è una sofferenza che sorge in te a causa della malattia (e che può retrocedere grazie al progresso della scienza, così come la fame può retrocedere grazie, invece, al trionfo della giustizia). E c’è un’altra sofferenza che non dipende dalla malattia del corpo ma che da essa deriva: se sei paralizzato, se non puoi vedere, se non puoi udire, soffri; tuttavia, anche se deriva dal tuo corpo, questa sofferenza è della tua mente.
C’è dunque un tipo di sofferenza che non può retrocedere di fronte al progresso della scienza né di fronte al progresso della giustizia. Questo tipo di sofferenza, che è strettamente legato alla tua mente, retrocede di fronte alla fede, di fronte alla gioia di vivere, di fronte all’amore. Devi sapere che questo tipo di sofferenza è sempre basato sulla violenza che si trova nella tua coscienza. Soffri perché temi di perdere ciò che hai, soffri per ciò che hai perduto o per ciò che disperi di poter raggiungere. Soffri perché non hai, o perché hai paura… Ecco i grandi nemici dell’uomo: la paura delle malattie, la paura della povertà, la paura della morte, la paura della solitudine. Queste sono tutte sofferenze proprie della tua mente; tutte denunciano la violenza interna, la violenza che esiste nella tua mente. Considera che questa violenza deriva sempre dal desiderio. Quanto più violento è un uomo, tanto più grossolani sono i suoi desideri.
Vorrei raccontarti una storia accaduta molto tempo fa.
C’era un viaggiatore che doveva fare un lungo cammino. Così attaccò il suo cavallo al carro ed iniziò il viaggio; aveva un limite fisso di tempo per giungere alla sua lontana destinazione. Chiamò l’animale “Necessità” ed il carro “Desiderio”; chiamò una ruota “Piacere” e l’altra “Dolore”. Il viaggiatore conduceva il suo carro ora a destra ora a sinistra, ma non perdeva mai di vista la sua meta. Quanto più velocemente procedeva il carro, tanto più rapidamente si muovevano le ruote del piacere e del dolore, che erano unite dallo stesso asse e trasportavano il carro del Desiderio. Poiché il cammino era molto lungo il nostro viaggiatore si annoiava: decise allora di decorare il carro adornandolo di ogni cosa bella, e così fece. Ma il carro del Desiderio quanto più fu coperto di ornamenti tanto più divenne pesante per la Necessità che lo trainava. Ed infatti nelle curve e sugli erti pendii il povero animale si accasciava, non potendo trascinare il carro del Desiderio. E sulle strade sabbiose le ruote del Piacere e della Sofferenza affondavano. Un giorno il viaggiatore disperò di arrivare a destinazione perché il cammino era ancora molto lungo e la meta ancora molto lontana. Allora, quando scese la notte, decise di meditare; e mentre meditava udì il nitrito del suo cavallo. Comprese il messaggio che questo gli inviava e così, la mattina seguente, liberò il carro di tutti gli ornamenti, lo alleggerì di tutti i pesi, e quella stessa mattina, molto presto, cominciò a trottare con il suo animale, avanzando verso la sua destinazione. Ma il tempo che aveva perduto era ormai irrecuperabile. La notte seguente tornò a meditare e un nuovo avvertimento del suo amico gli fece comprendere che ora doveva affrontare un nuovo compito; e questo compito era doppiamente difficile perché significava il suo distacco, la perdita del suo attaccamento. Di buon mattino sacrificò il carro del Desiderio. E’ certo che così facendo perse la ruota del Piacere; però, con essa, perse anche la ruota della Sofferenza. Montò in groppa all’animale della Necessità e cominciò a galoppare per le verdi praterie fino ad arrivare alla sua destinazione.
Considera come il desiderio ti può limitare. Ci sono desideri di differente qualità. Ci sono desideri grossolani e ci sono desideri elevati. Eleva il desiderio! Supera il desiderio! Purifica il desiderio! Così facendo dovrai sicuramente sacrificare la ruota del piacere ma con essa perderai anche la ruota della sofferenza.
La violenza nell’uomo, mossa dai desideri, non rimane racchiusa nella sua coscienza, come una malattia, ma agisce anche nel mondo degli altri uomini, si esercita sul resto degli esseri umani. Non credere che quando parlo di violenza io mi riferisca solo alla guerra ed alle armi con cui gli uomini distruggono gli uomini: questa è una forma di violenza fisica. C’è una violenza economica. La violenza economica è quella che ti fa sfruttare l’altro; eserciti violenza economica quando derubi l’altro, quando non sei più il fratello dell’altro ma un animale rapace nei confronti del tuo fratello. C’è anche una violenza razziale. Credi di non esercitare violenza quando perseguiti un altro perché è di razza differente dalla tua? Credi di non esercitare violenza quando lo diffami perché è di razza differente dalla tua? C’è una violenza religiosa. Credi di non esercitare violenza quando non dai lavoro a qualcuno, o gli chiudi la porta in faccia, o lo allontani da te perché non è della tua religione? Credi di non essere violento quando rinchiudi tra le sbarre della diffamazione chi non professa i tuoi principi? Quando lo costringi a rinchiudersi nella sua famiglia? Quando lo costringi a rinchiudersi tra i suoi cari perché non professa la tua religione? Ci sono poi altre forme di violenza, quelle imposte dalla morale filistea.
Tu vuoi imporre il tuo modo di vivere ad altri, tu devi imporre la tua vocazione ad altri… Ma chi ti ha detto che sei un esempio da seguire? Ma chi ti ha detto che puoi imporre ad altri un modo di vivere solo perché è quello che piace a te? Da dove viene lo stampo, da dove viene il modello perché tu voglia imporlo?… Questa è un’altra forma di violenza. Puoi porre fine alla violenza, in te e negli altri e nel mondo che ti circonda, unicamente con la fede interiore e la meditazione interiore. Le false soluzioni non possono porre termine alla violenza. Questo mondo sta per esplodere e non c’è modo di porre termine alla violenza! Non cercare false vie d’uscita! Non c’è politica che possa risolvere questa folle ansia di violenza. Nel pianeta non c’è partito né movimento che possa porre termine alla violenza. Con false soluzioni non è possibile estirpare la violenza che è nel mondo… Mi dicono che i giovani, alle più diverse latitudini, cercano false vie d’uscita per liberarsi della violenza e della sofferenza interiore e si rivolgono alla droga come ad una soluzione. Non cercare false vie d’uscita per porre termine alla violenza.
Fratello mio: segui regole semplici, come sono semplici queste pietre, questa neve e questo sole che ci benedice. Porta la pace in te e portala agli altri. Fratello mio, là nella storia c’è l’essere umano che mostra il volto della sofferenza: guarda quel volto pieno di sofferenza… ma ricorda che è necessario andare avanti, che è necessario imparare a ridere e che è necessario imparare ad amare.
A te, fratello mio, lancio questa speranza; questa speranza di gioia, questa speranza di amore affinché tu elevi il tuo cuore ed elevi il tuo spirito, ed affinché non dimentichi di elevare il tuo corpo.
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Bibliografía
Libro “Discorsi” – Arringa La Guarigione della Sofferenza
Video Commenti di Silo – Cap. 3: “Il Messaggio” – www.silo.net
Tema formativo Nº 2
Il Fallimento
“…Scoprii, nel corso di molti giorni, questo grande paradosso: coloro che portavano il fallimento nel cuore poterono cogliere la vittoria finale; coloro che si sentivano trionfatori, si fermarono lungo il cammino come vegetali dalla vita opaca e scialba..”
da Lo Sguardo Interno
Da Psicologia I, Appunti di Psicologia
Di fronte al mondo, la coscienza tende a compensarlo in modo strutturato grazie a un complesso sistema di risposte. Alcune risposte (espresse attraverso i centri) arrivano al mondo oggettuale direttamente, ma altre restano nella coscienza ed arrivano al mondo indirettamente tramite alcune manifestazioni del comportamento. Queste compensazioni della coscienza tendono ad equilibrare l’ambiente interno rispetto all’esterno. Tale vincolo si stabilisce in base alle esigenze che nascono nell’individuo quando sente l’urgenza di rispondere ad un mondo complesso (naturale, umano, sociale, culturale, tecnico e così via).
Ecco allora nascere il “nucleo dell’insogno” come risposta compensatoria più rilevante e gli “insogni secondari” come risposte particolari a tali esigenze. Gli insogni sono visualizzabili come immagini; non così il loro nucleo, percepito piuttosto come un clima allusivo che continua a conformarsi col tempo, acquisendo progressivamente il potere di direzione delle tendenze e delle aspirazioni personali.
Nella fase di esaurimento dal nucleo dell’insogno, quando questo cessa di dirigere lo psichismo, si possono osservare le forme e le immagini che esso ha adottato. Perciò è più facile registrare il nucleo all’inizio o alla fine del suo processo, e non nella sua tappa intermedia, che è quella nella quale più dirige l’attività psichica. Abbiamo qui un paradosso: l’essere umano non percepisce quel che più ne determina il comportamento, perché il nucleo opera come trasfondo che risponde in modo totalizzante alle molteplici esigenze della vita quotidiana.
Il nucleo dell’insogno guida le aspirazioni, gli ideali e le illusioni che, ad ogni tappa della vita, cambiano. Dopo questi cambiamenti o variazioni nel nucleo l’esistenza si orienta in altre direzioni e, parallelamente, si producono cambiamenti nella personalità.
Tale nucleo si esaurisce da solo, come si esauriscono gli insogni propri di un’epoca che informano l’attività di tutta una società. Mentre, da una parte, il nucleo offre una risposta generale alle esigenze dell’ambiente, dall’altra compensa le deficienze e le carenze fondamentali della personalità, imprimendo al comportamento una determinata direzione. Tale direzione può essere valutata diversamente, a seconda che si incammini o no sulla strada dell’adattamento crescente.
Gli insogni e il nucleo imprimono alla coscienza una suggestionabilità che produce quel caratteristico blocco della critica e dell’autocritica proprio dei livelli dell’infraveglia; perciò qualsiasi attacco od opposizione alla suggestione del nucleo dell’insogno è inutile, perché il nucleo finirà sempre per rafforzare le proprie compulsioni. La possibilità di produrre un cambiamento di direzione verso una linea evolutiva risiede nella realizzazione di modificazioni graduali. Il nucleo può regredire o fissarsi; nel primo caso lo psichismo tornerà a fasi precedenti, aumentando così la discordanza tra processi e situazione ambientale, nel secondo, quando cioè il nucleo si fissa, l’individuo perderà i propri legami con l’ambiente, generando un comportamento non adatto alla dinamica degli eventi.
Il nucleo dell’insogno spinge l’essere umano a perseguire illusioni che non si avverano, producendo stati dolorosi (dis-illusioni), o che si avverano sono in parte, producendo situazioni piacevoli. Scopriamo così che alla radice della sofferenza psicologica ci sono gli insogni e il loro nucleo.
È nei grandi fallimenti, quando le aspettative svaniscono e le illusioni si dissolvono, che nasce la possibilità di una nuova direzione di vita. In queste situazioni il “nodo di dolore”, il nodo biografico che la coscienza ha sofferto per troppo tempo, viene allo scoperto.
Questo momento cruciale per la vita e, particolarmente, per il lavoro evolutivo di una persona, è descritto con l’aiuto di allegorie nel capitolo “Gli stati interni”, del libro “Lo Sguerdo Interno”:
…”Di fallimento in fallimento, puoi arrivare al prossimo riposo, che si chiama “dimora della deviazione”. Attento alle due vie che ora hai davanti: o prendi il cammino della risoluzione, che ti porta alla generazione, o prendi quello del risentimento, che ti fa discendere un’altra volta verso la regressione.
Lì ti trovi davanti al dilemma: o ti decidi per il labirinto della vita cosciente (e lo fai con risoluzione), o torni risentito alla tua vita precedente. Sono numerosi coloro che, non essendo riusciti a superarsi, hanno troncato qui le loro possibilità.”
Da un’altra prospettiva, nel suo intervento del 4 maggio 2004, Silo espone il tema del fallimento proiettato verso il lavoro di trasformazione sociale:
“Abbiamo fallito… però insistiamo!
Abbiamo fallito ma insistiamo col nostro progetto di umanizzazione del mondo.
Abbiamo fallito e continueremo a fallire una e mille volte perché ci innalziamo sulle ali di un uccello chiamato “tentativo” che vola al di sopra delle frustrazioni, delle debolezze e delle meschinità.
È la fede nel nostro destino, è la fede che la nostra azione sia giusta, è la fede in noi stessi, è la fede nell’essere umano, la forza che anima il nostro volo.
Perché non è la fine della Storia, né la fine delle idee, né la fine dell’uomo, perché non è nemmeno il trionfo definitivo della malvagità e della manipolazione, è che possiamo sempre tentare di cambiare le cose e cambiare noi stessi.”
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Bibliografía
Lo Sguardo Interno.Umanizzare le terra. Opere Complete I
Psicologia I. Appunti di Psicologia
Parole di Silo in occasione della prima celebrazione annuale del Messaggio di Silo, Punta de Vacas. 4 maggio 2004. www.silo.net
Tema formativo Nº 3
La Riconciliazione
1 Estratto dalle parole di Silo nelle giornate di Ispirazione Spirituale a Punta da Vacas 3, 4, 5 Maggio 2007
“…Abbiamo pellegrinato fino a questi paragi desolati cercando la Forza che alimenti la nostra vita, cercando l’Allegria del fare e cercando la Pace mentale necessaria per progredire in questo mondo alterato e violento. In queste Giornate stiamo facendo una revisione della nostra vita, delle nostre speranze e anche dei nostri fallimenti al fine di pulire la mente da ogni falsità e contraddizione. Avere l’occasione di rivedere aspirazioni e frustrazioni è una pratica che, anche fosse per una sola volta nella vita, dovrebbe effettuare chiunque cerchi di avanzare nel suo sviluppo personale e nella sua azione nel mondo. Questi sono giorni di ispirazione e riflessione. Questi sono giorni di Riconciliazione. Riconciliazione sincera con noi stessi e con coloro che ci hanno ferito. In quelle relazioni dolorose che abbiamo patito non stiamo cercando di perdonare né di essere perdonati. Il perdono richiede che uno dei termini si metta ad un’altezza morale superiore e che l’altro termine si umili di fronte a chi perdona. Ed è chiaro che il perdono è un passo più avanzato di quello della vendetta, ma non lo è tanto quanto quello della riconciliazione.
Neppure stiamo cercando di dimenticare le offese che ci siano state. Non è il caso di tentare la falsificazione della memoria. È il caso di cercare di comprendere quello che è accaduto per entrare nel passo superiore del riconciliare. Niente di buono si ottiene personalmente o socialmente con l’oblio o col perdono. Né oblio né perdono! Perché la mente deve rimanere fresca ed attenta senza dissimulazioni né falsificazioni. Stiamo considerando ora il punto più importante della Riconciliazione che non ammette adulterazioni. Se cerchiamo la riconciliazione sincera con noi stessi e con quelli che ci hanno ferito intensamente è perché vogliamo una trasformazione profonda della nostra vita. Una trasformazione che ci tiri fuori dal risentimento nel quale, in definitiva, nessuno si riconcilia con nessuno e neanche con sé stesso. Quando arriviamo a comprendere che dentro di noi non abita un nemico ma bensì un essere pieno di speranze e fallimenti, un essere nel quale vediamo in rapida successione di immagini, bei momenti di pienezza e momenti di frustrazione e risentimento. Se arriviamo a comprendere che il nostro nemico è un essere che ha vissuto anch’egli con speranze e fallimenti, un essere nel quale ci sono stati bei momenti di pienezza e momenti di frustrazione e risentimento, avremo messo una sguardo umanizzatore sulla pelle della mostruosità.
Questo cammino verso la riconciliazione non sorge spontaneamente, così come non sorge spontaneamente il cammino verso la non violenza. Perché entrambi richiedono una grande comprensione e la formazione di una ripugnanza fisica della violenza.
Non saremo noi a giudicare gli errori, nostri o altrui, a questo fine ci saranno i risarcimenti umani e la giustizia umana e sarà la statura dei tempi quella che eserciterà il suo dominio, perché io non voglio giudicarmi né giudicare… voglio comprendere in profondità per pulire la mia mente da ogni risentimento.
Riconciliare non è dimenticare né perdonare, è riconoscere tutto quello che è accaduto e proporsi di uscire dal circolo vizioso del risentimento. È scorrere lo sguardo per riconoscere gli errori in sé e negli altri. Riconciliarsi internamente è proporsi di non passare per lo stesso cammino due volte, ma disporsi a riparare doppiamente i danni prodotti. Però è chiaro che a coloro che ci hanno offeso non possiamo chiedere di riparare doppiamente i danni che ci hanno provocato. Tuttavia, è un buon compito far vedere loro la catena di danni che continuano a trascinarsi nella loro vita. Facendo ciò ci riconciliamo con chi abbiamo sentito prima come un nemico, anche se ciò non fa sì che l’altro si riconcili con noi, ma questo fa già parte del destino delle sue azioni, sulle quali noi non possiamo decidere.
Stiamo dicendo che la riconciliazione non è reciproca tra le persone ed anche che la riconciliazione con se stessi non comporta come conseguenza che altri escano dal loro circolo vizioso, anche se si possono riconoscere i benefici sociali di una simile posizione individuale.
Il tema della riconciliazione è stato centrale nelle nostre giornate, ma sicuramente molti altri passi avanti avremo fatto pellegrinando fisicamente in un paesaggio sconosciuto che avrà risvegliato paesaggi profondi. E questo sarà possibile sempre che il Proposito che ci spinge a pellegrinare è una disposizione al rinnovamento o, meglio ancora, una disposizione alla trasformazione della propria vita.
In questi giorni abbiamo passato in rivista le situazioni che consideriamo più importanti nella nostra vita. Se abbiamo identificato quei momenti ed abbiamo fatto circolare la riconciliazione attraverso di essi, pulendo i risentimenti che ci legano al passato, avremo fatto un buon pellegrinaggio fino alla fonte del rinnovamento e della trasformazione.”
2 Estratto: parole di Silo nell’atto pubblico di Madrid 1981
“…In che modo l’essere umano vincerà la sua ombra? Forse fuggendola? Forse lottando incoerentemente contro di essa? Se il motore della storia è la ribellione contro la morte, ribellati, ora, contro la frustrazione e la vendetta.
Smetti, per la prima volta nella storia, di cercare colpevoli. Tutti sono responsabili di ciò che hanno fatto, ma nessuno è colpevole di quanto è successo. Chissà che non si possa dichiarare, in questo giudizio universale: “non ci sono colpevoli” e si stabilisca per ogni essere umano l’obbligo morale di riconciliarsi con il proprio passato.
Questo comincerà in te, qui ed ora, e tu avrai la responsabilità di farlo continuare fra coloro che ti circondano, fino ad arrivare all’ultimo angolo della terra.
Se la direzione della tua vita non è ancora cambiata, è necessario che la cambi; ma se è già cambiata è necessario che la rafforzi.
Affinché tutto questo sia possibile, accompagnami in un atto libero, coraggioso e profondo, che diventi anche un impegno.
Alziamoci in piedi e di fronte al nostro futuro chiediamoci: è necessario per me e per altri che cambi o si rafforzi la direzione della mia vita? Allora, in silenzio, ascoltiamo la voce che sorge in noi.
È necessario per me e per altri che cambi o si rafforzi la luce, la direzione della mia vita?
Ho fede che cambierà o si rafforzerà la direzione della mia vita?
Allora che sorga in me la forza e la luce della vita.
Oggi e non domani, va verso la riconciliazione, bacia la tua compagna o il tuo compagno, bacia tuo figlio, tua madre e tuo padre, abbraccia il tuo amico e il tuo nemico e dì loro con il cuore aperto: “Qualcosa di grande e di nuovo è successo oggi in me”.
E spiega poi cosa è successo, affinché anche essi possano portare questo messaggio.”
Per tutti: PACE FORZA E ALLEGRIA!
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Bibliografía
Giornate di ispirazione Spirituale- 3. 4 e 5 Maggio 2007 www.silo.net
Libro “Discorsi”- Atto publico, Pabellón de los Deportes, Madrid, Spagna 27 settenbre 1981
Video: Silo, Raccolta di Conferenze, atto pubblico di Madrid, 1981
Tema formativo Nº 4
La Fede
“ Quando incontri una grande forza, allegria e bontà nel tuo cuore, e quando ti senti libero e senza contraddizioni, ringrazia immediatamente dentro di te. Se ti succede il contrario, chiedi con fede, e il ringraziamento che hai accumulato tornerà amplificato e trasformato in beneficio.”.
Dal libro “Lo Sguardo Interno”, Silo.
1 Capitolo XIV. LA FEDE
1. Ogni volta che ascolto la parola “fede”, dentro di me sorge un sospetto.
2. Ogni volta che qualcuno ne parla, mi domando quale sia l’utilità della “fede”.
3. Ho visto la differenza che esiste tra la fede ingenua (che chiamiamo anche “credulità”) e la fede violenta ed ingiustificata che genera il fanatismo. Nessuna delle due è accettabile, perché la prima apre la porta agli incidenti mentre l’altra vuole imporre con la forza il suo paesaggio febbricitante.
4. Ma qualcosa d’importante dovrà pur esserci in questa forza tremenda, capace di dare impulso alle cause migliori. Che la fede sia una credenza che abbia per fondamento l’utilità per la vita!
5. Se qualcuno afferma che la fede e la scienza si oppongono, replicherò che sono disposto ad accettare la scienza fintanto che essa non si opponga alla vita.
6. Nulla impedisce che la fede e la scienza, se hanno la stessa direzione, contribuiscano entrambe al progresso, apportando l’una l’entusiasmo e l’altra lo sforzo metodico.
7. E colui che desidera umanizzare, che aiuti a innalzare gli animi, indicando le possibilità future. Serve forse alla vita la sconfitta a priori dello scettico? Senza la fede, la scienza stessa avrebbe forse potuto svilupparsi?
8. Ecco un tipo di fede che va contro la vita: la fede che fa dire: “La scienza distruggerà il nostro mondo”. Quanto è meglio, invece, aver fede nella possibilità di umanizzare la scienza e lavorare, giorno dopo giorno, per far prevalere la direzione positiva che le fu impressa all’origine.
9. Se una fede è capace di aprire il futuro e di dar senso alla vita, imprimendole una direzione che dalla sofferenza e dalla contraddizione la porta al compimento di azioni valide, allora la sua utilità risulta evidente.
10. Tale fede, così come la fede in se stessi, negli altri e nel mondo che ci circonda, è utile alla vita.
11. Quando dici: “La fede è utile”, sicuramente urterai qualche orecchio particolarmente sensibile. Ma questo non deve preoccuparti, perché nonostante suoni uno strumento diverso dal tuo, quel fine musico dovrà riconoscere che la fede è utile anche a lui, se solo si esamina un po’.
12. Se riesci ad avere fede in te stesso e nella parte migliore di coloro che ti circondano, fede nel nostro mondo ed in una vita sempre aperta al futuro, tutti i problemi che fino ad oggi ti sono parsi invincibili si ridimensioneranno.
2 Gli aforismi
Un buon aiuto per sviluppare quotidianamente un tipo di fede utile alla vita, sono queste brevi frasi che chiamiamo “aforismi”.
Il primo dice così: “I pensieri producono ed attraggono azioni”. Che cosa vuole dire che i pensieri “producono azioni”? Vuole dire che io agisco nella vita d’accordo a quello che sento, o ricordo, o immagino. E’ evidente che qualunque attività io faccia risulterà d’accordo a quanto l‘abbia esercitata prima e funzionerà in relazione a quanto abbia chiaro il da farsi. Se i miei pensieri sono confusi è molto probabile che i miei atti siano confusi e così via. Riguardo al fatto che i pensieri “attraggono azioni”, è evidente che se hanno prodotto atti di confusione si creerà confusione nelle mie attività e nelle persone a cui mi dirigo. Come conseguenza ritorneranno su di me risultati di quel tipo. Se penso con risentimento e agisco in quel modo, sicuramente creerò risentimento e attrarrò verso me quelle azioni di altre persone. Basta che una persona creda nella sua “cattiva sorte” perché le sue azioni e quelle degli altri finiscano per produrre fatti o situazioni sfortunate.
Il seguente aforismo dice così: “i pensieri realizzati con fede producono ed attraggono azioni più forti “. “Fede” vuole dire convinzione, sentimento forte, sicurezza che una cosa sia così come la credo. Non è lo stesso pensare con dubbi che pensare con la forza delle emozioni. Basta vedere quello che è capace di muovere un sentimento forte come l’amore, per comprendere quello che stiamo dicendo.
Il terzo aforismo, si enuncia così: “pensieri ripetuti con fede, producono ed attraggono le azioni che hanno la forza massima”. Quanto più si ripete un’azione o un pensiero, più si registra nella memoria, più forti si fanno le abitudini e più ci si predispone alle azioni future in quella direzione. Se qualcuno pensa continuamente con fede che si ammalerà, finirà ammalato con più probabilità che se lo pensasse solo fugacemente o senza convinzione. Quanto detto vale anche per i progetti che ho nella vita. Debbono essere pensati con chiarezza, con fede e debbono essere ponderati più volte. Allora le mie azioni andranno in quella direzione e creerò risposte del mio ambiente e delle persone che mi circondano nella direzione che mi interessa.
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Bibliografía
Il Paesaggio interno, Umanizzare le terra, Opere Complete I
Il libro della Comunità – Temi formativi.
Tema formativo Nº 5
La Religione
“ Quando si è parlato delle città degli dei a cui vollero giungere numerosi eroi di diversi popoli; quando si è parlato di paradisi in cui dei e uomini convivevano nell’originale natura trasfigurata; quando si è parlato di cadute e di diluvi, è stata detta una grande verità interiore.”
Poi i redentori hanno portato la Parola e sono arrivati a noi in doppia natura per ristabilire quella tanto rimpianta unità perduta. Anche allora è stata detta una grande verità interiore.
Tuttavia, quando è stato detto tutto questo e lo si è posto fuori dalla mente, si è errato o si ha mentito.
All’inversa, il mondo esterno, confuso con lo sguardo interno, obbliga questo a percorrere nuovi cammini.
Così, oggi vola verso le stelle l’eroe di quest’età. Vola attraverso regioni prima ignorate.
Vola verso l’esterno del suo mondo e, senza saperlo, è spinto verso il centro interno e luminoso.
Dal libro “Lo Sguardo Interno”, Silo
1 Dal capitolo XII. “La religione”, de “Il Paesaggio Umano”
…
3. Di Dio non si può dire niente. Si può solo parlare di ciò che è stato detto di Dio. Sono molte le cose dette su di lui e molto ciò che si può dire su di esse, senza per questo approfondire il tema di Dio per ciò che concerne Dio stesso.
4. Lasciando da parte questi scioglilingua, diciamo che le religioni possono essere di profondo interesse solo se intendono mostrare Dio e non parlare di lui.
5. Ma le religioni mostrano ciò che esiste nei loro rispettivi paesaggi. Quindi una religione non è né vera né falsa, dato che il suo valore non è logico. Il suo valore sta nel tipo di esperienza interna che suscita, nell’accordo, a livello di paesaggi, fra ciò che vuole mostrare e ciò che effettivamente viene mostrato.
6. La letteratura religiosa è abitualmente legata a paesaggi esterni ed umani, ed a questo non sfuggono le caratteristiche e gli attributi degli dèi. Ciononostante, la letteratura religiosa può sopravvivere alla trasformazione dei propri paesaggi esterni ed umani e passare ad altre culture. Questo non deve stupire, giacché anche altre forme letterarie (non religiose) possono suscitare interesse e viva emozione in altre epoche, molto distanti dalla propria. Neanche la sua permanenza nel tempo ci dice molto sulla “verità” di un culto, giacché formalità legali e cerimonie sociali passano di cultura in cultura e continuano ad essere osservate anche quando il loro significato originario non è più compreso.
7. Poiché le religioni irrompono in un paesaggio umano ed in un tempo storico, si suole dire che Dio si “rivela” all’uomo. Ma qualcosa deve essere accaduto nel paesaggio interno dell’essere umano perché tale rivelazione potesse essere accettata in quel dato momento storico. Una simile trasformazione è stata generalmente interpretata “ fuori” dell’uomo, cioè la sua radice è stata collocata nel mondo esterno o nel mondo sociale. Per certi aspetti questa interpretazione è stata fruttifera ma, per quanto riguarda la comprensione del fenomeno religioso dal punto di vista dell’esperienza interna, essa ha prodotto un arretramento.
8. Ma le stesse religioni si sono presentate come “esternità” ed in questo modo hanno preparato il campo al quel genere di interpretazioni.
9.Quando parlo di “religione esterna” non mi sto riferendo alla proiezione di immagini psicologiche su icone, pitture, statue, costruzioni, reliquie (proprie della percezione visiva). Non sto neppure parlando di proiezioni su cantici ed orazioni (proprie della percezione uditiva) o su gesti, posizioni ed orientamenti del corpo in determinate direzioni (propri della percezione cinestetica e cenestesica). Ed infine non definisco esterna una religione perché possiede libri sacri o sacramenti, o perché ad una liturgia somma una chiesa, un’organizzazione, delle date per il culto, o perché richiede ai credenti un certo stato fisico od una certa età per svolgere determinate pratiche. No, la battaglia mondana che i seguaci dell’una o dell’altra religione combattono tra loro, lanciandosi reciprocamente accuse di idolatria – di diversa gravità a seconda del tipo di immagine preferenziale che utilizzano -, non costituisce la sostanza del problema (mostra soltanto la totale ignoranza psicologica dei contendenti).
10.Chiamo “religione esterna” qualunque religione che pretenda di parlare di Dio e della volontà di Dio invece di parlare della religiosità e dell’esperienza intima dell’essere umano. E anche l’utilizzo di un culto esteriore avrebbe senso se con le sue pratiche i credenti svegliassero in sé (mostrassero) la presenza di Dio.
11.Ma il fatto che le religioni siano state fino a oggi religioni esterne è legato al paesaggio umano nel quale sono sorte e si sono sviluppate. La nascita di una religione interna è possibile come è possibile la conversione delle religioni (ammesso che sopravvivano) alla religiosità interna. Ma ciò potrà accadere nella misura in cui il paesaggio interno risulterà in grado di accettare una nuova rivelazione. Cosa, questa, che si incomincia a cogliere in quelle società il cui paesaggio umano sta subendo trasformazioni tanto profonde che la necessità di riferimenti interni si fa ogni giorno più imperiosa.
12. Niente di quanto è stato detto sulle religioni può oggi ritenersi valido, perché tanto coloro che le hanno appoggiate quanto coloro che le hanno criticate hanno perduto da tempo la percezione della trasformazione interna dell’essere umano. Quanti pensavano che le religioni addormentassero l’attività politica o sociale, si scontrano oggi con il potente impulso che esse danno in questi campi. Quanti immaginavano che tendessero ad imporre il loro messaggio, oggi trovano che tale messaggio è cambiato. Quanti le ritenevano immortali oggi dubitano della loro eternità e quanti ipotizzavano la loro scomparsa a breve termine assistono con sorpresa all’irruzione di forme mistiche manifeste o larvate.
13. Ed in questo campo sono davvero pochi quelli che intuiscono ciò che prepara il futuro, perché sono davvero pochi quelli che si dedicano al compito di comprendere in che direzione avanza l’intenzionalità umana che necessariamente trascende l’individuo. Se l’uomo vuole che qualcosa di nuovo si “mostri” è perché ciò che tende a “mostrarsi” sta già operando nel suo paesaggio interno. Ma non è pretendendo di essere il rappresentante di un dio che l’uomo diventa, nel suo vissuto interno, la dimora od il paesaggio di uno sguardo (di un’intenzione) trascendente.
2 Da “La religiosità nel mondo d’oggi ”, 6 Giugno 1986
“…Io penso che:
1° Negli ultimi decenni è sorto e si è sviluppato un nuovo tipo di religiosità. 2° Questa religiosità si lega ad un diffuso sentimento di ribellione. 3° E’ possibile che le religioni tradizionali vadano incontro a trasformazioni e riorganizzazioni sostanziali in conseguenza dell’impatto che subiranno da parte di questa nuova religiosità – nonché, naturalmente, in conseguenza dei cambiamenti vertiginosi che si stanno dando all’interno di tutte le società. 4° E’ altamente probabile che tutti i popoli del pianeta subiranno una sorta di grossa scossa di ordine psico-sociale di cui il nuovo tipo di religiosità cui abbiamo accennato costituirà un fattore determinante.
Non credo, d’altra parte – pur sapendo che la mia opinione risulterà in contrasto con quella della maggior parte dei ricercatori sociali – che le religioni abbiano perso in dinamica; non credo che il loro potere di decisione in campo politico, economico e sociale stia diminuendo, né tanto meno credo che il sentimento religioso abbia cessato di produrre grandi commozioni nella coscienza dei popoli.
“…Ci sembra chiaro che la religiosità è in espansione. Qui come negli Stati Uniti, in Giappone come nel mondo arabo e nei paesi dell’area socialista, Cuba, Afghanistan, Polonia, URSS. Il dubbio che abbiamo, piuttosto, riguarda la capacità delle religioni ufficiali di rendere questo fenomeno compatibile con il nuovo paesaggio urbano. Saranno in grado di farlo o ne saranno travolte? Potrebbe darsi che una religiosità diffusa cresca attraverso gruppi piccoli e caotici, senza costituire una chiesa vera e propria; in questo caso sarebbe difficile comprendere il fenomeno nella sua reale portata. Sebbene il paragone non sia del tutto legittimo, mi permetto di ricordare un lontano precedente: nella Roma imperiale, mentre la religione ufficiale perdeva forza, culti e superstizioni di tutti i tipi arrivarono nell’Urbe dalle provincie periferiche. E uno di quei gruppi insignificanti finì per diventare una chiesa universale… E’ chiaro che oggi, per potersi sviluppare, questa religiosità diffusa dovrà saper combinare insieme il paesaggio e il linguaggio di quest’epoca (il linguaggio della programmazione, della tecnologia, dei viaggi spaziali) con un nuovo Vangelo Sociale.”
3 Da “il tema di Dio”, 29 ottobre 1995
“…Se Dio non è morto, allora le religioni hanno più d’una responsabilità nei confronti dell’umanità: oggi esse hanno il dovere di creare una nuova atmosfera psicosociale, di rivolgersi ai propri fedeli con attitudine di insegnamento per sradicare ogni traccia di fanatismo e di fondamentalismo. Non possono restare indifferenti di fronte alla fame, all’ignoranza, alla malafede ed alla violenza. Devono contribuire decisamente alla tolleranza e spingere al dialogo con le altre confessioni e con chiunque si senta responsabile del destino dell’umanità. Devono aprirsi, e vi prego di non considerare irriverente quel che sto per dire, alle manifestazioni di Dio nelle differenti culture. Ci aspettiamo che le religioni diano questo contributo alla causa comune in un momento tanto difficile.
Se, invece, nel cuore delle religioni Dio è morto, allora possiamo essere sicuri che tornerà a vivere in una nuova dimora, come ci insegna la storia delle origini di ogni civiltà; e questa nuova dimora sarà nel cuore dell’essere umano, molto lontano da ogni istituzione e da ogni potere..”
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Bibliografía
Libro “Umanizzare la Terra”- Il Paesaggio Umano
Libro “Parla Silo” – Conferenze
Video: Silo, Raccolta di Conferenze- “La religiosità nel mondo attuale”. “Il tema di Dio”.
Video: Commenti di Silo – 2 : “L’Esperienza”.
Tema formativo Nº 6
La Trascendenza
“ Niente ha senso nella vita se tutto termina con la morte.”
Lo Sguardo Interno
1 Capitolo XIII de “Il Paesaggio Interno” – “I sensi provvisori”
1. Quando, spinto dal pendolo della compensazione, cerco un senso che giustifichi la mia esistenza, mi muovo verso ciò di cui ho bisogno o di cui credo di aver bisogno. Posso raggiungere o no ciò che cerco, ma in ogni caso, che ne sarà del senso che mi sono dato (inteso come movimento in una certa direzione)?
2. I “sensi” provvisori, pur essendo necessari allo sviluppo delle attività umane, non possono mai dare fondamento all’esistenza. In effetti, il successo potrà anche arridermi in un determinato momento, ma che mi succederà nel caso in cui la situazione cambiasse per un incidente qualunque?
3. Se non si vuole ridurre l’esistenza all’annullamento od alla frustrazione, sarà necessario scoprire un senso che neppure la morte (se questo fosse l’incidente) possa annullare o frustrare.
4. Non potrai giustificare l’esistenza se ad essa porrai come fine l’assurdo della morte. Finora tu ed io siamo stati compagni di lotta. Né tu né io abbiamo voluto piegarci dinanzi ad alcun dio. Vorrei poterti ricordare sempre così. Allora perché mi abbandoni quando non accetto l’inesorabilità della morte? Una volta abbiamo detto: “Neppure gli dèi sono al di sopra della vita!” Allora come mai adesso ti inginocchi davanti alla negazione della vita? Tu puoi fare quello che vuoi ma io non abbasserò la testa dinanzi a nessun idolo, anche quando la fede nella ragione sembrerà “giustificarlo”.
5. Se la ragione sta al servizio della vita, che serva a farci saltare al di là della morte. Che la ragione elabori allora un senso esente da ogni frustrazione, da ogni incidente, da ogni annullamento.
6. Al mio fianco non vorrò chi è spinto dalla paura a proiettare una trascendenza, ma chi alza la testa per ribellarsi contro la fatalità della morte.
7. Per questo amo i santi che non hanno paura ma che amano veramente ed amo quanti vincono il dolore e la sofferenza, giorno per giorno, con la scienza e la ragione. Ed in verità non vedo differenza tra il santo e colui che anima la vita con la sua scienza. Quali esempi sono migliori di questi, quali guide superiori a queste?
8. Un senso che non sia solo provvisorio non accetterà la morte come fine della vita, ma affermerà la trascendenza come massima disubbidienza all’apparente Destino. E colui che afferma che le sue azioni mettono in moto una serie di avvenimenti che continuano negli altri ha fra le mani parte del filo dell’eternità.
2 Frammenti di “Commenti a Il Messaggio di Silo”
“In quasi tutte le cerimonie sono presenti due realtà che, trattate esplicitamente o no, mostrano la loro importanza per i profondi significati che hanno per la vita. Queste realtà, che ammettono differenti interpretazioni, le conosciamo come “l’Immortalità” e “il Sacro”. Il Messaggio dà la massima importanza a questi temi e spiega che si deve avere il pieno diritto di credere o non credere nell’Immortalità e nel Sacro, perché la vita di una persona si orienterà in base a come si pone di fronte a questo.
Il Messaggio riconosce la difficoltà di esaminare apertamente le credenze fondamentali, perché ci si scontra con la censura e con l’autocensura che inibiscono il pensiero libero e la buona coscienza. Nel contesto della libera interpretazione propiziata dal Messaggio, si ammette che per alcune persone l’Immortalità si riferisce alle azioni realizzate in vita ma che i loro effetti continuano nel mondo fisico nonostante la morte fisica. Per altre, la memoria che conservano gli esseri cari, o anche gruppi e società, garantisce la continuità dopo la morte fisica. Per altri ancora, l’immortalità è accettata come continuità personale in un altro livello, in un altro “paesaggio” di esistenza.
Proseguendo con la libera interpretazione. Alcuni sentono il Sacro come il motore dell’affetto più profondo. Per essi, i figli o altri esseri cari rappresentano il Sacro e possiedono un valore massimo che non deve essere svilito per nessun motivo. Ci sono coloro che considerano Sacro l’essere umano ed i suoi diritti universali. Altri, sperimentano la divinità come l’essenza del Sacro.
Nelle comunità che si formano intorno al Messaggio, si considera che le differenti posizioni assunte di fronte all’Immortalità e al Sacro non devono essere semplicemente “tollerate”, bensì genuinamente rispettate.
Il sacro si manifesta dalla profondità dell’essere umano, da ciò l’importanza che ha l’esperienza della Forza come fenomeno straordinario che possiamo far irrompere nel mondo quotidiano. Senza l’esperienza tutto è dubbioso, con l’esperienza della Forza abbiamo evidenze profonde. Non abbiamo bisogno della fede per riconoscere il Sacro. La Forza si ottiene in alcune cerimonie come l’Uffizio e l’Imposizione. Anche nelle cerimonie di Benessere ed Assistenza, si possono percepire gli effetti della Forza.
Il contatto con la Forza provoca un’accelerazione ed un aumento dell’energia psicofísica, soprattutto se si realizzano quotidianamente atti coerenti che, d’altra parte, creano unità interna orientata verso la crescita spirituale.”
3 Dalla chiacchierata su “Il senso della Vita”, 10 ottobre 1980. Messico.
“…l’essere umano incontra delle resistenze; ma incontrandole si fortifica, fortificandosi integra le difficoltà ed integrandole le supera. Se è così, la sofferenza che è sorta in concomitanza con lo sviluppo dell’essere umano, ha anche avuto la funzione di fortificarlo e di permettergli di andare oltre essa. Dunque, in certe tappe della storia umana anteriori a quella attuale, la sofferenza deve aver contribuito essa stessa allo sviluppo dell’essere umano, nel senso che essa stessa ha creato le condizioni per essere superata.
Noi non aspiriamo alla sofferenza. Noi aspiriamo anche a riconciliarci con la nostra specie, che tanto ha sofferto, perché grazie ad essa siamo pronti a spiccare il volo verso nuove mete. La sofferenza dell’uomo primitivo non è stata inutile; la sofferenza di generazioni e generazioni, che sono state limitate da mille condizionamenti, non è stata inutile. Il nostro ringraziamento va a coloro che ci hanno preceduto nonostante la loro sofferenza, perché è grazie ad essi che possiamo tentare nuove liberazioni.
Questo per quanto attiene al fatto che la sofferenza non è nata all’improvviso, bensì con lo sviluppo e la crescita dell’uomo. Deve essere chiaro, però, che noi, in quanto esseri umani, non aspiriamo a continuare a soffrire: al contrario, aspiriamo a superare le resistenze aprendo allo sviluppo umano strade nuove.
Ma abbiamo detto che la soluzione al problema della sofferenza la troveremo nel senso della vita, che abbiamo definito come una direzione verso il futuro che dà coerenza alla vita, che permette di dare un inquadramento alle diverse attività che si portano avanti e che giustifica la vita stessa in modo completo. Questa direzione verso il futuro è della massima importanza in quanto, secondo quel che abbiamo osservato, se si taglia la via dell’immaginazione, la via dei progetti, la via del futuro, l’esistenza umana perde appunto direzione e questo costituisce una fonte inesauribile di sofferenza.
E’ chiaro a tutti che la morte risulta essere la più grande sofferenza legata al futuro. E’ chiaro che, nella prospettiva della morte, la vita non può che assumere il carattere di un fatto provvisorio. Ed è chiaro che, in questo contesto, qualunque costruzione umana finisce per apparire come qualcosa di inutile che porta verso il nulla. Per questo, forse, l’aver allontanato lo sguardo dal dato di fatto della morte ha permesso di pensare la vita come se la morte non esistesse… Chi crede che, per quanto lo riguarda, tutto finirà con la morte, potrà trovare conforto nell’idea che sarà ricordato per le sue azioni eccezionali o che i suoi cari, o addirittura le generazioni future, non si dimenticheranno di lui. Ma quand’anche così fosse, in definitiva tutti sarebbero in cammino verso un assurdo nulla che renderebbe vano ogni ricordo. Si potrebbe anche pensare che tutto quel che si fa nella vita, lo si fa per rispondere ai bisogni nel miglior modo possibile; ammettiamolo pure: ma i bisogni avranno fine con la morte ed a quel punto qualunque lotta per uscire dal dominio del bisogno perderà senso. Si potrà dire che la vita personale ha scarsa importanza rispetto alla vita della specie e che pertanto la morte personale non ha significato. Se ciò fosse vero né la vita né le azioni personali avrebbero alcun significato; qualsiasi legge e qualsiasi impegno sarebbero immotivati e sostanzialmente non ci sarebbe una grande differenza tra le azioni benefiche e quelle malvagie.
Niente ha senso se tutto finisce con la morte: e se questo è vero, allora l’unica soluzione possibile per passare attraverso la vita consiste nel dotarci in continuazione di un senso, di una direzione provvisoria sulla quale volgere la nostra energia e le nostre azioni. E ciò è proprio quanto si fa abitualmente; ma per questo è necessario non cessare mai di negare la verità della morte, è necessario fare come se essa non esistesse.
Se domandiamo a qualcuno quale sia il senso della sua vita, con grande probabilità quel qualcuno ci risponderà che tale senso sta nella sua famiglia, oppure che sta nel suo prossimo o in una determinata causa che, secondo lui, giustifica l’esistenza. Sono questi significati provvisori a dargli una direzione, a permettergli di affrontare l’esistenza; ma basterà che sorga un qualche problema con le persone care, basterà che la causa abbracciata gli produca qualche delusione, basterà che il significato scelto cambi in qualche aspetto, perché l’assurdo e il disorientamento ritornino ad afferrarlo.
C’è anche da dire che i significati e le direzioni provvisorie della vita possono cessare di costituire un riferimento e non risultare più utili per il futuro proprio nel caso in cui vengano raggiunti. E può anche darsi che cessino di costituire dei riferimenti utili nel caso contrario, cioè quando non vengono raggiunti. E’ certo che dopo il fallimento di un senso provvisorio resta sempre l’alternativa di adottarne uno nuovo, magari opposto al precedente. Così, passando da un senso provvisorio ad un altro, con gli anni si finisce per perdere ogni traccia di coerenza e questo fa aumentare la contraddizione e la sofferenza che da essa deriva.
La vita non ha senso se tutto finisce con la morte. Ma è poi vero che tutto finisce con la morte? Davvero non si può arrivare a scegliere una direzione definitiva che non cambi con gli accidenti della vita? E quali possibili posizioni assumono gli esseri umani di fronte al problema posto dal fatto che tutto termina con la morte?
Ci sono cinque possibili stati o modi di porsi rispetto al problema della morte e della trascendenza. Chiunque potrà trovare collocazione in qualcuno di questi cinque stati.
C’è un primo stato che corrisponde a chi ha la prova indubitabile – data dall’esperienza diretta, non dall’educazione o dall’ambiente -, la prova evidente, indiscutibile, che la vita è un transito e che la morte è un incidente di poco conto.
Ci sono altri che credono che la vita umana abbia come fine una qualche forma di trascendenza; questa credenza viene loro dall’educazione, dall’ambiente, non da qualcosa di sentito, di sperimentato; non da qualcosa di evidente per loro ma da qualcosa che è stato loro insegnato e che essi accettano, senza alcuna esperienza.
C’è poi un terzo modo di porsi nei confronti del senso della vita, ed è quello di chi vorrebbe avere una fede o un’esperienza. Avrete certamente incontrato persone che dicono: “Se potessi credere in certe cose la mia vita sarebbe diversa”. Gli esempi a cui si riferiscono non mancano: persone cui sono capitati molti incidenti, molte disgrazie, e che hanno saputo dominarli grazie alla fede o alla certezza interiore del fatto che, trattandosi di qualcosa di transitorio o di provvisorio, essi non avrebbero costituito la fine delle possibilità della vita bensì una prova, una resistenza che – in un modo o nell’altro - li avrebbe fatti diventare più esperti e saggi. Può persino darsi che abbiate incontrato persone che accettano la sofferenza come strumento di apprendimento: non che cerchino la sofferenza (a differenza di altri che sembra le siano particolarmente affezionati). Stiamo parlando di quelle persone che riescono semplicemente a cogliere il lato migliore delle cose, anche difficili, che gli succedono. Persone che non vanno a cercare la sofferenza, tutto il contrario, ma che, in una situazione data, la assimilano, la integrano e la superano.
Ci sono dunque persone a cui corrisponde questo stato: non hanno fede, non credono nella trascendenza, ma desidererebbero avere qualcosa che desse loro coraggio e direzione nella vita. Sì, ci sono persone di questo tipo.
Così come ci sono persone che sospettano, a livello intellettuale, che esista un futuro dopo la morte, una trascendenza. Si limitano a ritenere possibile questa ipotesi pur senza contare su alcuna esperienza di tipo trascendente o alcun tipo di fede e senza peraltro aspirare ad averle. Di certo conoscerete persone come queste.
C’è, infine, chi nega ogni possibilità di trascendenza. Avrete sicuramente incontrato numerose persone che la pensano in questo modo e non ne mancheranno anche tra di voi.
Ecco quindi che, con differenti sfumature, ciascuno può effettivamente riconoscersi in una delle cinque categorie: in chi ha le prove, e considera la trascendenza un fatto indiscutibile; in chi ha fede perché l’ha assimilata da piccolo; in chi vorrebbe avere un’esperienza o fede in qualcosa; in chi considera intellettualmente possibile la trascendenza, senza porsi ulteriori problemi; in chi la nega.
Ma con questo non abbiamo esaurito il tema delle diverse posizioni che si possono assumere di fronte al problema della trascendenza, perché sono possibili differenti gradi di profondità in ciascuna di tali posizioni. In effetti, troviamo persone che sostengono di avere fede, sebbene una tale affermazione non abbia una rispondenza effettiva con quanto esse sperimentano. Con questo non intendiamo dire che mentano, quanto piuttosto che parlano in modo superficiale. Oggi affermano di avere fede, ma domani potrebbero dire di non averla.
Dunque è possibile riconoscere differenti gradi di profondità nei cinque modi di porsi nei confronti della trascendenza, gradi che dipendono dalla fermezza (o mutevolezza) delle convinzioni che si afferma di avere. Abbiamo conosciuto persone devote, appartenenti ad un determinato credo, che alla morte di un familiare, di un essere amato, hanno perduto tutta la fede che dicevano di possedere e sono precipitate in uno stato di completa mancanza di senso. La loro era una fede superficiale, periferica, posticcia. Le cose sono andate in modo ben diverso per quelle persone che, pur colpite da una grande catastrofe, hanno potuto far ricorso ad una fede ferma.
Abbiamo anche conosciuto persone convinte della totale irrealtà della trascendenza. Secondo loro quando si muore si scompare per sempre. Esse avevano fede, per così dire, nell’idea che tutto finisse con la morte. Eppure, in una certa occasione, mentre passavano accanto ad un cimitero, hanno allungato il passo e si sono sentite inquiete… Un simile comportamento è mai compatibile con la convinzione ferma che tutto abbia termine con la morte? Questo ci fa capire che esistono anche persone la cui posizione di negazione della trascendenza può essere estremamente superficiale.
Dunque non solo possiamo collocarci in uno dei diversi stati che abbiamo descritto ma anche in un diverso livello di profondità all’interno di esso. In differenti periodi della nostra vita abbiamo creduto cose differenti in merito alla trascendenza. Abbiamo cambiato idea in varie occasioni. Qui abbiamo a che fare con qualcosa di mobile, non con qualcosa di statico. E cambiamenti di questo genere non sono in rapporto solo con i diversi periodi ma anche con le diverse situazioni della nostra vita. La nostra situazione cambia e parallelamente cambiano le nostre credenze in merito al problema della trascendenza. Dirò di più: il cambiamento può avvenire da un giorno all’altro. A volte mi succede di credere in una certa cosa la mattina e di non crederci già più la sera. E così il modo di porsi nei confronti della trascendenza, che dovrebbe essere della massima importanza in quanto attiene all’orientamento stesso della vita umana, risulta invece essere qualcosa di estremamente variabile. Proprio questa variabilità finirà col provocare sconcerto nella vita quotidiana.
Abbiamo detto che l’essere umano può collocarsi in uno di questi cinque possibili stati e ad un diverso livello in ciascuno di essi. Ma qual è la collocazione corretta? Ed esiste veramente una collocazione corretta o stiamo semplicemente ponendo dei problemi senza poterne fornire le soluzioni? Siamo in grado di dire quale sia la migliore collocazione nei confronti del problema della trascendenza?
Alcuni dicono che la fede c’è o non c’è in una persona, che la fede sboccia o non sboccia. Ma osservate con attenzione questo particolare stato di coscienza che è la fede. Una persona può non avere assolutamente fede ma nonostante questo – no-nostante sia priva di fede o di un’esperienza trascendente – desiderare di averla. Una tale persona può persino arrivare a comprendere intellettualmente che avere fede può essere importante, può intuire che valga la pena disporsi a cercarla: ma attenzione, se ciò succede è perché qualcosa che ha a che fare con la fede si stava già manifestando all’interno di quella persona.
Quanti riescono a trovare la fede o ad avere un’esperienza trascendente, pur non potendole definire in termini precisi (così come non si può definire l’amore), riconosceranno la necessità di dare un orientamento ad altri, di indirizzarli sulla loro stessa via ma non tenteranno mai di imporre il proprio paesaggio a chi non vi si riconosca.
E così, coerentemente con quanto ho affermato, dichiaro innanzi a voi la mia fede e la mia certezza basata sull’esperienza nel fatto che la morte non chiude il futuro, che la morte, al contrario, modifica lo stato provvisorio della nostra esistenza per lanciarla verso la trascendenza immortale. Non impongo la mia certezza né la mia fede e vivo accanto a coloro il cui modo di porsi nei confronti del senso della vita è diverso dal mio; tuttavia mi sento obbligato ad offrire, per solidarietà, il messaggio che riconosco rende libero e felice l’essere umano. Per nessun motivo eludo la responsabilità di esprimere le mie verità, per quanto esse possano apparire discutibili a chi sperimenta la provvisorietà della vita e l’assurdità della morte.
D’altra parte non chiedo mai agli altri quali siano le loro credenze personali ed in ogni caso, pur definendo con assoluta chiarezza la mia posizione su questo punto, proclamo per ogni essere umano la libertà di credere o non credere in Dio e la libertà di credere o non credere nell’immortalità.
Tra le migliaia e migliaia di donne e di uomini che, fianco a fianco, lavorano con noi in modo solidale, si contano atei e credenti, persone con dubbi e certezze; ma a nessuno viene chiesto quale sia la sua fede; e tutto ciò che viene dato, viene dato come un orientamento, affinché ciascuno decida per proprio conto quale sia la via che meglio chiarisca il senso della sua vita.
Evitare di proclamare le proprie certezze non è coraggioso, ma tentare di imporle non è degno della vera solidarietà.”
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Bibliografía
Libro “Umanizzare la Terra” - Il Paesaggio Interno
Commenti al Messaggio Di Silo
Libro “Discorsi” – Chiacchierata “Il Senso della Vita” Messico D.F., 10 ottobre 1980.
Tema formativo Nº 7
Unità e Contraddizione
Quasi tutti gli atti che realizziamo quotidianamente, hanno un carattere routinario ed in larga misura si appoggiano su abitudini acquisite grazie ad una lunga ripetizione.
Effettuiamo anche atti che invece di lasciarci indifferenti, come quelli che reiteriamo di continuo, ci lasciano una sensazione di pienezza o di malessere.
Ci sono azioni che ci danno una buona sensazione e dopo, ricordandole, vorremmo ripeterle nuovamente. Inoltre hanno la caratteristica che all’effettuarle ci lasciano un registro di miglioramento, di crescita interna. Mangiare un buon manicaretto ci lascia una sensazione piacevole, ma potremmo disgustarci se insistessimo oltre certi limiti. Inoltre, ricordando il manicaretto in un momento di fame, vorremmo tornare a mangiarlo, ma ogni volta che ci riuscissimo, avremmo sensazione di sazietà, ma non di miglioramento personale o di crescita interna.
Un altro tipo di azioni ci lasciano una sensazione gradevole sul momento, ma ricordandole ci portano malessere. Se, per esempio, per alleviare le nostre tensioni momentanee aggrediamo qualcuno, è possibile che in quel momento registriamo una liberazione interna, ma dopo sorgerà qualcosa di simile al pentimento e comprenderemo che tale cosa non sarà buona da ripetere; noteremo anche che quella forma di procedere non ci fa crescere internamente, non ci migliora.
Le azioni che danno unità interna hanno sempre queste qualità: 1º danno un buon registro all’effettuarle; 2º le vorremmo ripetere; 3º si sentono come un miglioramento personale. Se alcuno di quei tre requisiti è assente, è perché siamo in presenza di azioni abituali necessarie per la vita ma neutre; oppure azioni momentaneamente piacevoli; o, infine, azioni contraddittorie.
Gli atti unitivi o contraddittori si sentono sul momento, li si ricorda in un modo caratteristico e predispongono futuri comportamenti. Cosicché, evitare la contraddizione e rinforzare gli atti di unità interna, è di somma importanza. La disponibilità ad ottenere una vita unitiva, segna il principio di un vero senso e di una nuova orientazione nella condotta giornaliera. L’osservazione dei principi di cui ci parla il capitolo XII de Lo Sguardo Interno2, ci porta direttamente a realizzare azioni valide che danno unità interna e che allontanano dalla contraddizione.
Così, per esempio, il “Principio di accumulazione delle azioni” dice così:
“Gli atti unitivi e contraddittori si accumulano in te. Se ripeti i tuoi atti di unità interna niente ti potrà più fermare.”
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Bibliografía
Il Libro della Comunità.
Tema formativo N. 8
L’azione valida
Qual è l’azione valida? A questa domanda si è risposto, o si è cercato di rispondere, in diversi modi, e quasi sempre rifacendosi al criterio della bontà o malvagità dell’azione. In altre parole, si è cercato di rispondere al problema della validità dell’azione facendo appello a ciò che fin dall’antichità si conosce come etica o morale. Per molti anni noi ci siamo preoccupati di raccogliere le diverse risposte su che cosa fosse morale e che cosa immorale, su che cosa fosse il bene e che cosa il male. Ma il nostro interesse fondamentale era sapere in che senso un’azione potesse essere considerata valida. Le risposte da noi raccolte erano di vario genere: religiose, giuridiche, ideologiche; ma tutte affermavano che bisognava fare le cose in un certo modo ed evitare di farle in un certo altro. Per noi era molto importante riuscire ad ottenere delle risposte chiare su questo punto: molto importante dal momento che l’essere umano si costruisce modi di vivere diversi a seconda della direzione che dà alle sue attività. Nella vita umana tutto dipende dalla direzione presa. Se il mio modo di pormi rispetto al futuro è di un certo tipo, il mio presente ne risulterà influenzato. Pertanto, le domande su ciò che è valido e ciò che non lo è, su ciò che è bene e su ciò che è male, non riguardano solo il futuro dell’essere umano ma anche il suo presente; e non riguardano solo l’individuo ma anche le collettività ed i popoli.
Dunque, per prima cosa abbiamo preso in esame le risposte di tipo religioso. Abbiamo così constatato che i credenti delle diverse religioni dovevano osservare certe leggi, certi precetti ispirati da Dio, che essi consideravano validi. Ma religioni diverse proponevano ragioni diverse a sostegno dei loro precetti. Alcune affermavano che non bisognasse compiere determinate azioni per evitare che gli eventi si ritorcessero contro colui che aveva compiuto le azioni stesse; altre raccomandavano di non compierle per evitare l’inferno. Spesso, poi, i precetti ed i comandamenti delle diverse religioni, che in principio erano tutte universali, non concordavano affatto tra loro. Ma in tutto questo l’aspetto più preoccupante stava nel fatto che moltissime persone, in tutto il mondo, non potevano, pur volendolo in buona fede, osservare tali precetti e comandamenti, perché non li sentivano, non credevano in essi. Era come se Dio avesse abbandonato i non credenti – che pure secondo le religioni sono anch’essi suoi figli – visto che non potevano osservare i suoi comandamenti. Una religione, però, è universale non perché occupa il mondo in senso geografico: lo è soprattutto perché occupa il cuore dell’essere umano, indipendentemente dalle condizioni in cui questi si trova, indipendentemente dal luogo della Terra nel quale vive. Dunque, le risposte etiche delle religioni presentavano ai nostri occhi non poche difficoltà.
Ci siamo allora rivolti ai sistemi giuridici che sono anch’essi dei formatori del comportamento. I sistemi giuridici in effetti formano, modellano il comportamento, stabilendo, secondo le loro modalità, quello che si deve fare e quello che si deve evitare nell’ambito relazionale, nell’ambito sociale. Esistono codici di ogni tipo per regolamentare i rapporti sociali e, tra questi, anche codici penali che prevedono la punizione per determinati delitti, cioè per comportamenti considerati asociali od antisociali. I sistemi giuridici hanno dunque cercato di dare anch’essi delle risposte al problema della condotta umana, del comportamento buono e di quello cattivo. Ma proprio come le risposte date dalle diverse religioni, che risultano valide solo per i loro rispettivi credenti, così anche quelle date dai sistemi giuridici vanno bene solo per un determinato momento storico, per un dato tipo di organizzazione sociale: ma esse non dicono alcunché di essenziale all’individuo che deve osservare una determinata condotta. Senza dubbio le persone ragionevoli si rendono conto che è importante che la condotta sociale venga regolamentata in qualche modo perché così si evita il caos generale. In questo caso però abbiamo a che fare con una tecnica di organizzazione sociale, non con una giustificazione della morale. Ed in effetti le diverse comunità umane, ciascuna in conformità con il proprio sviluppo e le proprie concezioni, possiedono norme di condotta giuridicamente regolate che a volte si contrappongono l’una all’altra. I sistemi giuridici non hanno validità universale; servono in un determinato periodo e per un certo tipo di struttura sociale, ma non servono per tutti gli esseri umani, né servono per qualunque periodo né in qualunque parte del mondo né, soprattutto, dicono all’individuo alcunché di essenziale sul bene e sul male.
Abbiamo preso in esame anche le ideologie. Le ideologie sono più propense alle elaborazioni concettuali e danno spiegazioni decisamente più ricche e complesse di quanto non facciano i sistemi legali con le loro regole piatte o le stesse religioni con i loro precetti e leggi portate agli uomini dalle altezze del sacro. Una certa dottrina ci spiegava che l’essere umano è una specie di animale rapace, un essere che vuole svilupparsi ad ogni costo, che vuole farsi strada nonostante tutto, fosse pure a spese degli altri esseri umani. Una sorta di volontà di potenza sottende questa morale che, pur sembrando romantica, ha invece come scopo fondamentale il successo. Essa però non è in grado di fornire alcuna risposta a chi fallisce nel tentativo di mettere in pratica la sua volontà di potenza.
Un’altra ideologia ci diceva invece che tutto in natura è in evoluzione e che lo stesso essere umano è semplicemente un prodotto di tale evoluzione, il riflesso delle condizioni che si danno in un determinato momento; pertanto il suo comportamento sarà lo specchio della società in cui vive. Le diverse classi sociali avranno allora morali diverse, essendo la morale determinata dalle condizioni oggettive, dai rapporti sociali e dal modo di produzione. Ma se le cose stanno veramente così, non ci sarà niente di cui preoccuparsi, dato che ciascuno farà ciò che meccanicamente è spinto a fare, anche se per ragioni di opportunità politica si dirà che le diverse classi sociali hanno morali diverse. Infatti, se ci limitiamo ad ammettere l’esistenza pura e semplice di processi meccanici, ne consegue che io faccio ciò che faccio semplicemente perché sono spinto a farlo. Dove sta il bene e dove sta il male? Esiste solo una sorta di scontro meccanico tra particelle in movimento.
Un’altra ideologia davvero singolare ci diceva cose più o meno di questo tipo: la morale è una pressione sociale che serve a contenere la forza degli impulsi grazie alla creazione di una sorta di Super-io; la compressione da questo esercitata nel calderone della coscienza permette di sublimare gli impulsi fondamentali e di indirizzarli verso certi scopi…
Un pover’uomo, dopo aver ascoltato i sostenitori di questa ideologia, si siede sul ciglio del marciapiede e si dice: “Ma allora, che debbo fare? Da una parte c’è un gruppo sociale che preme su di me, dall’altra ci sono i miei impulsi che mi sarà possibile sublimare solo se sono un artista; in caso contrario, non mi resterà che sdraiarmi sul divano dello psicanalista per non finire in preda alla nevrosi”. Dunque, per questa ideologia, la morale risulta essere un modo di controllare le pulsioni istintive che a volte, però, finiscono per far traboccare il calderone della coscienza.
Un’altra ideologia, come la precedente di tipo psicologico, ci ha spiegato il bene ed il male partendo dall’adattamento. Quella che essa propone è appunto una morale comportamentale adattativa: c’è qualcosa che consente all’individuo di inserirsi in un gruppo; i problemi sorgono nella misura in cui l’individuo si distacca, si separa dal suo gruppo. Sarà meglio perciò “rigare dritto” e stare ben inseriti nel branco. Questa morale, dunque, ci dice che cosa è bene e che cosa è male sulla base dell’adattamento, sulla base dell’inserimento dell’individuo nel proprio ambiente. Che si può dire?… è un’altra ideologia.
Ma in epoche come questa, di grande stanchezza culturale, appaiono, come è già successo ripetutamente in altre civiltà, le risposte immediate, quasi spicciole, su ciò che si deve o non si deve fare. Mi sto riferendo alle cosiddette “scuole morali della decadenza”. E’ accaduto a diverse culture (ormai al loro tramonto) di veder sorgere un genere di moralisti che cercano di individuare, come meglio possono, delle regole di comportamento che siano di uso immediato e che gli permettano di dare una direzione alla loro vita. Alcuni dicono pressappoco questo: “La vita non ha alcun senso, e siccome non ha alcun senso posso fare quel che mi pare, se ci riesco…”. Altri dicono: “Siccome la vita non ha molto senso [risate], devo fare le cose che mi danno soddisfazione, le cose che mi fanno sentir bene, ad ogni costo”. Altri ancora affermano: “Siccome mi trovo in una brutta situazione e la vita stessa è sofferenza, devo fare le cose rispettando una certa forma. Devo fare le cose come uno stoico”. Così infatti si chiamano queste scuole della decadenza: scuole stoiche.
Sebbene le loro siano risposte dettate dall’emergenza, è chiaro che anche nel retroterra di queste scuole c’è un’ideologia. Che sembra essere questa: tutto ha perso senso per cui bisogna rispondere con urgenza ad una tale perdita. Nel momento attuale, per esempio, si cerca di giustificare l’azione con una teoria dell’assurdo nella quale viene introdotto di contrabbando il cosiddetto “impegno”. Si dà il caso che io abbia assunto un certo impegno, per cui mi trovo obbligato ad adempiere a quanto promesso. Si tratta di una sorta di coazione di tipo bancario. E’ difficile comprendere come possa assumere un impegno se il mondo in cui vivo è assurdo e termina nel nulla. Sostenere una tale posizione, d’altra parte, non offre neppure la garanzia di raggiungere una qualche certezza.
Dunque, sia le religioni, sia i sistemi giuridici e ideologici sia le scuole morali della decadenza si sono sforzati di dare una risposta al difficile problema della condotta umana, si sono sforzati di stabilire una morale, un’etica, e questo perché tutti hanno avvertito l’importanza della giustificazione (o non giustificazione) di un atto.
Qual è la base dell’azione valida? La base dell’azione valida non sta nelle ideologie, né nei comandamenti religiosi, né nelle credenze, né nei regolamenti sociali. Pur essendo tutte queste delle cose molto importanti, la base dell’azione valida non si trova in esse, ma nel vissuto interiore dell’azione. C’è una differenza fondamentale tra una valutazione, per così dire, esteriore di ciò che si fa, basata sulle ideologie, i comandamenti religiosi ecc., ed una valutazione basata sul vissuto interiore.
E qual è il vissuto dell’azione valida? Il vissuto dell’azione valida corrisponde contemporaneamente ad una sensazione unitiva, ad una di crescita interiore ed al desiderio di ripetere l’azione, perché essa possiede come un “sapore” di continuità nel tempo. Esamineremo questi tre aspetti separatamente.
Vediamo prima che cosa intendiamo per sensazione unitiva e per continuità nel tempo.
Posso rispondere in vari modi ad una situazione difficile. Posso per esempio rispondere con violenza se qualcuno mi molesta. Di fronte all’irritazione o alla tensione che lo stimolo esterno mi provoca reagisco in modo violento e, così facendo, sperimento una sensazione di sollievo, di distensione. Si è così apparentemente verificata la prima condizione dell’azione valida: tolgo di mezzo lo stimolo irritante che avevo di fronte e, così facendo, mi distendo e distendendomi sorge in me una sensazione unitiva.
Ma un’azione non può essere considerata valida solamente per il fatto di aver prodotto una distensione temporanea, relativa ad un determinato istante: in questo caso, infatti, l’effetto non perdura nel tempo ma finisce per trasformarsi nel suo contrario. Nel momento A determino la distensione reagendo nel modo indicato; nel momento B non sono assolutamente d’accordo con quanto ho fatto. E questo mi provoca contraddizione. La distensione in questo caso non costituisce qualcosa di realmente unitivo, in quanto il momento in cui si dà è contraddetto dal successivo. Perché un’azione sia valida il suo vissuto deve rispondere anche al requisito di continuità nel tempo, senza presentare interruzioni, senza presentare contraddizioni. Potremmo portare numerosi esempi che illustrano come un’azione, valida per un certo istante, non lo sia per il successivo e come un soggetto non riesca a mantenere un determinato atteggiamento perché non sperimenta unità ma contraddizione.
Ma c’è un altro punto: l’esperienza di una sorta di sensazione di crescita interiore. Sono numerose le azioni che compiamo durante il giorno e che ci portano a distendere determinate tensioni. Non si tratta di azioni che abbiano a che vedere con la morale. Il fatto di compierle ci permette di distenderci, di sperimentare un certo piacere: questo è tutto. Se una tensione sorgesse di nuovo, di nuovo la scaricheremmo secondo una sorta di effetto condensatore: una carica aumenta di potenziale fino a raggiungere un certo valore limite; a questo punto si produce una scarica. Ma un effetto condensatore come questo, con le sue continue cariche e scariche, ci dà l’impressione di trovarci in un’eterna ruota di atti ripetitivi: certo, nel momento in cui si produce una scarica di tensione, sperimentiamo piacere, eppure ci rimane uno strano sapore in bocca al constatare che se la vita fosse semplicemente questo – una ruota di ripetizioni, una ruota di piaceri e dolori – essa sarebbe qualcosa d’assurdo. Oggi, posto di fronte a questa tensione, determino una scarica. E domani farò lo stesso… così gira la ruota delle azioni, come il giorno e la notte, continuamente, indipendentemente da qualunque volontà umana, indipendentemente da qualunque scelta umana.
Tuttavia ci sono azioni che forse abbiamo compiuto pochissime volte nella vita. Si tratta di azioni che ci danno grande unità interiore nel momento in cui le compiamo. Si tratta di azioni che, inoltre, ci danno la sensazione che qualcosa sia migliorato in noi da quando le abbiamo compiute. Si tratta di azioni che contengono una proposta per il futuro nel senso che, se potessimo ripeterle, qualcosa crescerebbe, qualcosa migliorerebbe ancora in noi. Si tratta di azioni che ci danno unità, sensazione di crescita interiore e continuità nel tempo. Questi appunto sono i riscontri interiori dell’azione valida.
Noi non abbiamo mai affermato che le cose dette qui siano le migliori e che si debbano seguire in modo coercitivo: abbiamo piuttosto fatto alcune proposte ed abbiamo offerto i sistemi di riscontro interiore, i vissuti che a queste proposte corrispondono. Abbiamo parlato delle azioni che producono unità e di quelle che producono contraddizione. E, infine, abbiamo parlato del modo di perfezionare l’azione valida attraverso la ripetizione degli atti che danno unità interiore. Per completare la descrizione del sistema di vissuti dell’azione valida abbiamo detto: “Se ripeti i tuoi atti di unità interna, niente ti potrà più fermare”. Quest’ultima affermazione non si riferisce solo alla sensazione di unità, di crescita interna e di continuità nel tempo, ma anche al miglioramento dell’azione valida. Infatti le cose, a dispetto delle buone intenzioni, non sempre ci riescono bene fin dall’inizio: cerchiamo di fare delle cose interessanti ma i risultati che otteniamo non sono subito soddisfacenti. Ci rendiamo conto però che possiamo migliorare. Anche l’azione valida può essere perfezionata, ripetendo quegli atti che danno unità e crescita interiore e ciò che abbiamo indicato come continuità nel tempo. Un perfezionamento è possibile.
Abbiamo esposto, sotto forma di principi molto generali, i vissuti dell’azione valida, le sensazioni che ad essa corrispondono. Ma c’è un Principio che è il più grande di tutti i principi, a cui è stato dato il nome di Regola d’Oro. Esso dice: “Tratta gli altri come vorresti essere trattato”. Non si tratta certo di un principio nuovo: è vecchio di millenni. Ha resistito al passo del tempo nei più diversi paesi e culture. E’ un principio universalmente valido. E’ stato formulato in diversi modi, per esempio nel suo aspetto negativo, dicendo pressappoco così: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. E’ un altro modo di mettere a fuoco la stessa idea. E’ stato anche detto: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Questa è una messa a fuoco ancora diversa, certo non è esattamente uguale all’altra che consideravamo prima: “Tratta gli altri come vorresti essere trattato”. Si è parlato di questo principio fin dall’antichità; è il più grande dei principi morali ed è il più grande dei principi di azione valida. Ma in che modo vorrei essere trattato? Perché qui stiamo dando per scontato che sarà bene trattare gli altri come si vorrebbe essere trattati. Ma in che modo vorrei essere trattato io? Per rispondere dovrò dire che se mi trattano in un certo modo mi fanno del male mentre se mi trattano in un altro modo mi fanno del bene. Dovrò, cioè, dare una risposta su ciò che è bene e su ciò che è male. Dovrò tornare all’eterna ruota, al definire l’azione valida sulla base di una delle differenti teorie, sulla base di una delle differenti religioni. Per me una cosa sarà buona, per un’altra persona non lo sarà. E neppure mancherà chi, applicando questo stesso principio, tratterà molto male gli altri perché a lui piace essere trattato male.
Questo principio, che mi dice di trattare gli altri nel modo che ritengo sia buono per me, va molto bene. Ma ancor meglio sarebbe se io sapessi che cosa è buono per me. Arrivati a questo punto, risulta chiaro che per risolvere il problema è necessario andare alla base dell’azione valida, e la base dell’azione valida sta nel vissuto che da essa si ottiene.
Quando mi dico: “devo trattare gli altri come vorrei essere trattato”, sorge immediatamente la domanda: “perché mai dovrei farlo ?” Ci sarà pure un qualche processo, una qualche modalità di funzionamento della mente che determina l’insorgere di problemi quando si trattano male gli altri. E di che tipo di funzionamento può trattarsi? Se vedo qualcuno in cattive condizioni, se vedo che qualcuno si taglia o si ferisce, qualcosa risuona in me. Ma come può risuonare in me qualcosa che accade ad un altro? Sembra quasi una magia! Una persona rimane vittima di un incidente ed ecco che io sperimento, quasi fisicamente, il vissuto di quell’incidente. I vostri studi vertono proprio su questi fenomeni: sapete bene che ad ogni percezione corrisponde un’immagine, e che certe immagini possono generare tensioni in determinati punti del corpo, mentre altre possono distendere quegli stessi punti. Se ad ogni percezione corrisponde una rappresentazione, e se anche di quest’ultima si ha un vissuto, cioè una nuova sensazione, allora non è tanto difficile comprendere come, al percepire un fenomeno a cui corrisponde un’immagine interna, io possa sperimentare una sensazione in vari punti del mio corpo e del mio intracorpo che hanno subito l’azione di tale immagine. In me scatta l’identificazione con qualcuno che si taglia perché, al percepire visivamente un tale fenomeno, sorgono immagini visive cui segue il sorgere di immagini cenestesiche e tattili, dalle quali ricavo una nuova sensazione la quale finisce per provocare in me il vissuto della ferita che l’altro si è procurato. Quindi non sarà bene per me trattare gli altri in malo modo, perché altrimenti sperimenterò il vissuto corrispondente a tale tipo di azioni.
A questo punto passeremo ad usare un linguaggio quasi tecnico che ci servirà per descrivere il funzionamento di alcuni circuiti psichici. Porteremo avanti questa descrizione per passi successivi, pur sapendo che la struttura della coscienza opera come una totalità. Orbene, c’è un primo circuito che corrisponde ai seguenti fenomeni: percezione, rappresentazione, “ripresa” della rappresentazione, sensazione interna. Abbiamo quindi un secondo circuito, distinto dal primo, che è in rapporto con l’azione e il cui significato funzionale è più o meno questo: di ogni azione che compio nel mondo ho un vissuto interno. E’ questo meccanismo di retro-alimentazione che mi permette di apprendere sulla base delle azioni che compio. Se, per esempio, non disponessi di un meccanismo di retro-alimentazione relativo ai movimenti del corpo, non potrei mai perfezionarli. Imparo a scrivere a macchina per ripetizione selettiva dei movimenti delle dita, che si imprimono in memoria secondo lo schema successo-errore. Ma posso imprimere in memoria delle azioni solamente se le compio. Pertanto è dal fare che si ottiene il vissuto. Permettetemi questa digressione: esiste un grande pregiudizio che in certe occasioni ha invaso anche il campo della pedagogia. Si tratta della credenza che le cose si imparino pensandole invece che facendole. Certo, si apprende perché si ricevono dei dati; ma tali dati non rimangono mai semplicemente immagazzinati nella memoria: ad essi sempre corrisponde un’immagine la quale, a sua volta, dà impulso ad una nuova attività, come per esempio, fare dei confronti, respingere delle ipotesi, ecc.; questo ci mostra la continua attività della coscienza e non una sua supposta passività a cui corrisponde l’idea che i dati si limitano ad installarsi nella memoria. Il meccanismo di retro-alimentazione di cui parlavamo è ciò che ci permette magari di dire: “ho sbagliato tasto”. Grazie ad esso sperimento la sensazione di successo e di errore, perfeziono la sensazione di successo, acquisisco scioltezza nei movimenti finché l’azione di scrivere correttamente a macchina diventa automatica. Qui stiamo parlando del secondo circuito, quello che si riferisce al vissuto che ho delle azioni che compio. Il primo si riferiva invece al dolore dell’altro che io rivivo in me.
Voi conoscete la differenza che esiste tra gli atti cosiddetti catartici e quelli che noi denominiamo “trasferenziali”. Gli atti catartici si riferiscono fondamentalmente alla scarica delle tensioni, nient’altro che a questo. Gli atti trasferenziali, invece, permettono di trasferire delle cariche interne, di integrare dei contenuti, facilitando così il buon funzionamento psichico. Sappiamo che insorgono difficoltà per la coscienza quando certi contenuti mentali si dispongono come delle “isole”, cioè non comunicano con gli altri contenuti. Se, per esempio, il nostro pensiero va in una direzione, i nostri sentimenti in un’altra e le nostre azioni in un’altra ancora risulta evidente che qualcosa in noi non funziona e che la sensazione che abbiamo di noi stessi non può essere piena. Il nostro funzionamento psichico sembra integrarsi davvero, permettendoci così di fare dei passi avanti, soltanto quando costruiamo dei ponti tra i contenuti interni. Esistono tecniche “trasferenziali” molto utili che danno mobilità alle immagini problematiche e permettono di trasformarle. Un esempio di queste tecniche si trova nelle Esperienze guidate dove esse vengono presentate sotto una veste letteraria. Ma sappiamo anche che le azioni, e non soltanto le immagini, possono produrre dei fenomeni trasferenziali ed auto-trasferenziali. Le azioni non sono tutte uguali. Ci sono azioni che permettono di integrare contenuti interni ed azioni tremendamente disintegratrici. Determinate azioni producono nell’essere umano un tale senso di oppressione, un tale pentimento, una tale divisione interna, un’inquietudine talmente profonda che chi le ha compiute mai vorrebbe tornare a ripeterle. Ma sfortunatamente le azioni di questo tipo rimangono fortemente ancorate nel passato. Anche se in futuro non verranno più ripetute, dal passato esse continueranno a esercitare una pressione, senza risolversi, senza integrarsi, impedendo alla coscienza di ricollocarle, di trasferirle, di integrarne i contenuti, impedendo al soggetto di sperimentare quella sensazione di crescita interna di cui parlavamo prima.
Le azioni che si compiono nel mondo non sono tutte uguali. Ci sono azioni dalle quali si ricava una sensazione di unità interiore ed azioni che danno una sensazione di disintegrazione. Se lo si studia attentamente alla luce di quanto sappiamo sui procedimenti catartici e trasferenziali, il tema dell’azione nel mondo e delle sue relazioni con l’integrazione e lo sviluppo dei contenuti risulterà molto più chiaro. Ma, in ogni caso, questo lavoro di descrizione di circuiti psichici finalizzato a comprendere il significato dell’azione valida risulta essere qualcosa di complesso. Nel frattempo l’amico di cui parlavamo prima continua a ripetersi: “Ed io che faccio?”. Noi sperimentiamo come un’azione unitiva e di grande valore il portare a chi sta seduto sul bordo del marciapiede, senza punti di riferimento nella vita, queste cose di cui abbiamo qualche conoscenza, tradotte però in parole semplici ed in semplici fatti. Se nessuno farà questo per quell’uomo lo faremo noi, così come faremo tante altre cose per vincere il dolore e la sofferenza. E agendo in questo modo, lavoreremo anche per noi stessi.
Las Palmas, Canarie, 29/09/78
Revisionato dall’autore il 10/10/96
Tema formativo N. 9
I Principi di Azione Valida
(Capitolo XIII, I Principi, dal libro Lo Sguardo Interno e il libro della Comunità)
Introduzione
Sin dalle più remote testimonianze storiche, come è provato, è sempre esistito un interesse vitale per distinguere certezza ed errore, bene e male, pensiero e condotta, giusto e sbagliato. In breve, in ogni cultura si è posta molta cura nel definire per i propri membri quale fosse il codice morale corretto.
I codici morali non sono un tema riservato solo ai filosofi, sono anche vitali per la nostra esistenza; il nostro punto di vista riguardo al bene ed il male non solo influisce sulla nostra situazione attuale, ma anche sulla direzione della nostra vita.
Per noi, che siamo interessati alla crescita interna, è molto importante avere un insieme di valori, un codice morale che segue le leggi della vita e non va in direzione contraria ad essa. Modelli universali, validi per tutti gli esseri umani.
Per noi questi modelli sono i Principi.
I Principi ci aiutano a scegliere l’atteggiamento e l’azione più adeguata nelle varie situazioni che la vita ci riserva, con lo scopo di ottenere un miglioramento personale, migliorando le nostre relazioni quotidiane, e costruendo un mondo in accordo con le nostre aspirazioni più sentite.
Sviluppo
“Diverso è l’atteggiamento nei confronti della vita e delle cose quando la rivelazione interna colpisce come il fulmine.
Seguendo i passi lentamente, meditando su quanto è stato detto e su quanto c’è ancora da dire, puoi trasformare il non-senso in senso.
Non è indifferente ciò che fai della tua vita. La tua vita, sottomessa a leggi, si trova esposta a possibilità che puoi scegliere.
Non ti parlo di libertà. Ti parlo di liberazione, di movimento, di processo. Non ti parlo di libertà come di qualcosa di quieto, ma di liberarsi passo a passo, come si libera del cammino che ha dovuto percorrere colui che si avvicina alla sua città. Allora, “ciò che si deve fare” non dipende da una morale lontana, incomprensibile e convenzionale, ma da leggi: leggi di vita, di luce, di evoluzione.
Ecco allora ciò che chiamo “Principi”, che possono essere d’aiuto nella ricerca dell’unità interiore.
1. Andare contro l’evoluzione delle cose è andare contro se stessi.
2. Quando forzi qualcosa per raggiungere un fine, produci il contrario.
3. Non opporti ad una grande forza. Retrocedi finché non si indebolisce; allora avanza con risolutezza.
4. Le cose stanno bene quando vanno insieme, non quando vanno separate.
5. Se per te stanno bene il giorno e la notte, l’estate e l’inverno, hai superato le contraddizioni.
6.Se persegui il piacere, ti incateni alla sofferenza. Ma se non danneggi la tua salute, godi senza inibizioni
quando si presenta l’opportunità.
7. Se persegui un fine, ti incateni. Se tutto ciò che fai, lo fai come un fine in se stesso, ti liberi.
8. Farai sparire i tuoi conflitti quando li avrai compresi nella loro radice ultima, non quando li vorrai risolvere.
9. Quando danneggi gli altri, ti incateni. Ma se non danneggi nessuno puoi fare quello che vuoi con libertà.
10. Quando tratti gli altri come vuoi essere trattato, ti liberi.
11. Non importa da che parte ti abbiano messo gli eventi, ciò che importa è che tu comprenda di non aver scelto nessuna parte.
12. Gli atti contraddittori e quelli unitivi si accumulano in te. Se ripeti i tuoi atti di unità interna, niente ti potrà fermare.
Sarai come una forza della Natura, che non incontra resistenza al suo passaggio. Impara a distinguere tra ciò che è difficoltà, problema, inconveniente, e ciò che è contraddizione. Se i primi ti muovono o ti stimolano, quest’ultima ti immobilizza come dentro un circolo chiuso.
Quando incontri una grande forza, allegria e bontà nel tuo cuore, e quando ti senti libero e senza contraddizioni, ringrazia immediatamente dentro di te. Se ti succede il contrario, chiedi con fede, ed il ringraziamento che hai accumulato tornerà amplificato e trasformato in beneficio.
Raccomandazioni per lavorare con i Principi
Si suggerisce la lettura dell’introduzione e, innanzitutto, la conoscenza di tutti i Principi.
Prenderne in considerazione uno alla volta, e meditare su quello scelto per un determinato tempo (minimamente una settimana).
Infine, lo scambio di opinioni con altri è di fondamentale importanza.
Esempi di riflessione
1.Esaminare momenti della vita in cui, non avendo conoscenza del Principio, abbiamo avuto comportamenti contrari ad esso, può essere interessante per comprendere il suo significato.
2.Sarà molto interessante per ognuno riflettere sul momento che sta vivendo e studiare le conseguenze della sofferenza per se stesso e le persone a lui vicine, in modo da tenere presente il Principio.
3.Quando lavoriamo con un Principio, ad esempio nella riunione settimanale, cerchiamo di riflettere su di esso alcuni minuti al giorno, prima di addormentarci. Pensiamo alle difficoltà occorse durante il giorno e cerchiamo di relazionarle al Principio con il quale stiamo lavorando.
4.A mano a mano che si avanza nella comprensione dei Principi, si potrà considerare una situazione data e riflettere su di essa alla luce di tutti i Principi, soffermandosi su quello che più si adatta alla situazione.
1.- Principio di adattamento.
“ Andare contro l’evoluzione delle cose è andare contro se stessi ”.
Questo principio spiega che, quando si sa in anticipo l’epilogo di un avvenimento, l’atteggiamento corretto da assumere di fronte ad esso, è quello di accettarlo nel modo più profondo possibile, cercando di trarre vantaggio anche dai suoi aspetti sfavorevoli. E’ bene però precisare che, secondo il principio, le cose alle quali non dobbiamo opporci sono quelle davvero inevitabili. Osserviamo, a proposito di questo, che se l’essere umano avesse creduto inevitabili le malattie, la scienza medica non sarebbe mai progredita. E’ proprio grazie alla necessità e alla possibilità di risolvere i problemi che l’umanità avanza. Se una persona rimane sola nel deserto, è inevitabile che muoia? Non necessariamente. Se infatti questa persona fa tutti gli sforzi possibili per trovare una soluzione alla sua situazione, cercando un’oasi o utilizzando tutte le risorse di cui dispone per farsi vedere da lontano, forse potrà effettivamente trovare un rifugio o essere avvistata dai soccorritori. In sintesi questo principio, per essere applicato correttamente, deve essere riferito ad una situazione inevitabile.
2. – Principio di azione e reazione.
“Quando forzi qualcosa verso un fine, produci il contrario”.
Questo principio fa notare che le persone e le cose hanno comportamenti e funzionamenti determinati, che possono ostacolare i nostri progetti oppure facilitarli se agiamo adeguatamente. Quando, spinti da impulsi irrazionali, forziamo il modo di funzionare di una cosa o il comportamento di una persona, la persona o la cosa potranno anche cedere momentaneamente alle nostre esigenze, però gli effetti a breve o lungo termine della forzatura risulteranno diversi da quelli che desideravamo ottenere.
L’essere umano è creatore di avvenimenti; dà direzione alle cose, tende a pianificare e a realizzare progetti; in sintesi si dirige verso determinati fini. Ma la domanda da porre è: come si dirige verso i suoi fini? Come, per esempio cerca di far comprendere ad un’altra persona il modo di risolvere un certo problema? Lo fa con la violenza o con la persuasione? Se gli fa violenza, prima o poi subirà una reazione alla sua azione, se invece lo persuade, prima o poi le forze di entrambi si uniranno.
Molte persone pensano che “ il fine giustifica i mezzi ”, e pertanto forzano tutto ciò che trovano intorno a loro; sul momento possono anche ottenere risultati soddisfacenti, ma sicuramente in seguito incontreranno difficoltà, perché il fine raggiunto non potrà essere mantenuto per molto tempo.
Il principio che stiamo commentando può riferirsi a due situazioni diverse. Nella prima, il fine cercato viene raggiunto, ma le conseguenze sono opposte a quelle che si sperava di ottenere. Nell’altra, per aver forzato qualcosa, si ottiene immediatamente una reazione sfavorevole.
3.- Principio di opportunità dell’azione.
“Non ti opporre ad una grande forza, retrocedi finché essa si indebolisce, quindi avanza con risolutezza”.
Questo principio non raccomanda di retrocedere davanti ai piccoli inconvenienti o ai piccoli problemi che si incontrano nella vita di tutti i giorni. E’ opportuno retrocedere, spiega il principio, solo davanti alle forze irresistibili, a quelle, cioè, che riusciranno sicuramente a sopraffarci se le affronteremo. Retrocedere di fronte a piccole difficoltà debilita le persone, le rende pusillanimi e timorose. Non retrocedere dinanzi a grandi forze, al contrario, le predispone a tutti i tipi di fallimenti e di incidenti.
Ma il problema sorge quando la persona non sa in anticipo se è più o meno forte della difficoltà da affrontare. Questo problema si risolve facendo piccole prove, cercando piccoli confronti che non compromettano completamente la situazione e che lascino aperta la possibilità di cambiare un atteggiamento che risultasse insostenibile. L’idea di “ prudenza ” di cui si parlava nell’antichità è assai vicina a quella che stiamo spiegando.
Ma c’è un’altra domanda da porsi: quando avanzare? Come riconoscere il momento in cui la forza dell’ostacolo si è ridotta o meglio, il momento in cui la nostra forza è aumentata? Anche in questo caso vale la stessa idea di prima, e cioè di prendere dei “ campioni ” della situazione, facendo ad intervalli dei piccoli tentativi non definitivi.
Quando il bilancio delle forze è in nostro favore, l’avanzamento deve essere totale. Infatti, avere riserve in un tale momento, non avanzare con tutta l’energia disponibile significa compromettere la vittoria.
4.- Principio di proporzione.
“Le cose stanno bene quando vanno insieme, non quando vanno isolate.
Questo principio spiega che se creiamo scompiglio in tutta la nostra vita per raggiungere un obiettivo verso il quale ci sentiamo spinti, l’ottenimento del risultato cercato ci espone a numerosi incidenti e inoltre che, quando esso viene effettivamente raggiunto in questo modo, le conseguenze saranno amare. Se per ottenere denaro o prestigio mettiamo a repentaglio la nostra salute, sacrifichiamo le persone che amiamo, non ci preoccupiamo di altri valori, ecc., è possibile che ci accadano vari incidenti e che non otteniamo il risultato cercato. In altri casi può succedere che, pur ottenendolo, non avremo né la salute per goderlo né altre persone con cui condividerlo né altri valori che ci diano senso. “ Le cose stanno bene quando vanno insieme ”: è proprio così, perché la nostra vita è un insieme che richiede un equilibrio e uno sviluppo globali e non parziali. Dato che esistono cose più importanti di altre, ogni persona deve possedere una sua scala di valori in modo da portare a compimento, con proporzione, ciò che secondo la sua valutazione è primario, secondario o terziario. Tutte le cose vanno avanti veramente insieme quando a ciascuna viene applicata una forza proporzionale all’importanza che le è stata attribuita.
5.- II Principio di conciliazione.
“Se per te stanno bene il giorno e la notte, l’estate e I’inverno, hai superato le contraddizioni”.
Questo Principio, usando un linguaggio figurato, fa risaltare situazioni di opposizione. Tuttavia esso spiega che l’opposizione può essere conciliata se viene modificato il punto di vista sul problema in cui essa compare.
In estate il caldo eccessivo fa pensare, per compensazione, al freddo dell’inverno e viceversa. Tutte le situazioni difficili fanno evocare o immaginare le situazioni opposte; ma quando ci troviamo in queste ultime sorge di nuovo la contraddizione. Dunque la compensazione ci riporta sempre al suo opposto. Quando appare la sofferenza, immediatamente scatta il meccanismo di compensazione, ma non per questo la sofferenza viene vinta.
Quando una persona e orientata da un preciso senso della vita, il suo punto di vista sulle difficoltà e il suo comportamento di fronte ad esse sono molti diversi da quelli che ora abbiamo descritto. Infatti, se una persona crede che la sua vita abbia un senso e che tutto ciò che le succede serva per apprendere qualcosa di nuovo e per perfezionarsi, non eluderà in modo compensatorio i problemi che le si presentano, ma li accetterà, scoprendo anche in essi un qualche aspetto utile; trarrà profitto sia dal freddo dell’inverno che dal caldo dell’estate; allora, quando le si presenterà una di queste due cose, dirà: “dov’è l’opposizione fra le stagioni, se entrambe mi servono?”
6.- Il Principio del piacere.
“Se insegui il piacere, ti incateni alla sofferenza. Ma se non pregiudichi la tua salute, godi senza inibizioni quando l’opportunità si presenta“.
A prima vista questo Principio può risultare scioccante perché viene da pensare che esso stia affermando: “Godi, anche se danneggi gli altri, giacche l’unico freno al godimento e dato dalla tua salute personale”. Ma il Principio non sta affatto affermando questo. In realtà, esso non solo spiega che e assurdo danneggiare la propria salute con piaceri esagerati oppure decisamente nocivi, ma fa anche notare che la negazione pregiudiziale del piacere produce sofferenza, ed inoltre che l’esercizio del piacere con problemi di coscienza, e anch’esso dannoso. In sintesi, l’idea principale e quella di non perseguire il piacere, ma di esercitarlo semplicemente quando si presenta, giacché, la ricerca dell’oggetto piacevole quando esso non è presente o la sua negazione, quando esso appare, sono sempre accompagnate da sofferenza.
Questo Principio, come tutti gli altri, non deve essere considerato separatamente dall’insieme, ne essere interpretato in opposizione agli altri. Infatti, c’e un altro Principio che dice: “Quando tratti gli altri come vuoi essere trattato, ti liberi”. E’ chiaro allora che il senso cambia quando viene praticato l’insieme dei Principi e non un Principio isolato.
7.- Il Principio dell’azione immediata.
“Se insegui un fine ti incateni. Se tutto ciò che fai, lo fai come se fosse un fine in se stesso, ti liberi”.
Questo Principio insegna ad ottenere un beneficio da ogni situazione intermedia che ci porta verso il raggiungimento di un obiettivo. Esso non ci dice che non debbano esistere fini da raggiungere, giacché la pianificazione di una qualunque attività implica un fine. Il Principio spiega che, dato un fine qualsiasi, tutti i passi che conducono ad esso debbono essere considerati nel modo più positivo possibile. In caso contrario, qualunque attività precedente all’ottenimento del fine produce sofferenza; ed allora, il fine, anche se raggiunto, perde il suo significato perché il costo vitale rappresentato dalla sofferenza investita nei passi intermedi e stato troppo alto.
8.- Il Principio di comprensione dell’azione.
“Farai sparire i tuoi conflitti quando li comprenderai nella loro ultima radice e non quando vorrai risolverli”.
Questo Principio invita ad evitare l’improvvisazione mossa da impulsi irrazionali. Esso non dice che, quando si presenta un problema, non bisogna fare nulla, ma piuttosto che, mentre si agisce, bisogna anche comprendere. Quasi tutte le persone, quando si trovano in presenza di un conflitto, vengono prese dall’ansia e si lanciano a risolverlo senza cercare di comprenderlo alla radice. Se si agisce in questo modo il problema finisce per complicarsi e dare origine ad un altro, e poi ad un altro ancora, finche si forma una catena interminabile di problemi.
9.- Il Principio di liberta.
“Quando danneggi gli altri resti incatenato. Ma se non danneggi nessuno, puoi fare quello che vuoi con liberta”.
Questo Principio spiega, in primo luogo, che se creiamo dei problemi agli altri, ne verrà come conseguenza che gli altri creeranno problemi a noi. E, in secondo luogo, esso dice che non c’è motivo di smettere di fare ciò che ci piace, se nessuno viene danneggiato dalle nostre azioni.
10.- Il Principio di solidarietà.
“Quando tratti gli altri come vuoi essere trattato, ti liberi”.
Questo Principio ha grandi conseguenze perché porta verso un’apertura, una comunicazione positiva con gli altri esseri umani. Sappiamo che la chiusura in se stessi genera problemi più o meno gravi. Ciò che viene chiamato “egoismo” può essere ridotto proprio ad un problema di chiusura e di mancanza di comunicazione. Il Principio attribuisce grande importanza al fatto di indirizzarsi in modo positivo verso gli altri e pertanto complementa il Principio precedente che raccomanda di “non danneggiare gli altri”. In ogni modo la differenza tra i due Principi e grande.
11.- Il Principio di negazione degli opposti.
“Non importa da che parte ti abbiano messo gli avvenimenti, ciò che importa e che tu comprenda che non hai scelto nessuna parte”.
Qui non si spiega che bisogna abbandonare la posizione politica, ideologica, religiosa, ecc., in cui ci troviamo. Qui si suggerisce di considerare che essa e il risultato di fattori che non dipendono dalla nostra scelta: fattori educativi, ambientali, etc. Questo atteggiamento fa retrocedere il fanatismo e nello stesso tempo permette di comprendere le posizioni, le “parti”, che le altre persone assumono. E’ evidente che questo modo di considerare il problema contribuisce alla liberta della mente permette di tendere un ponte fraterno verso le altre persone, anche se le loro idee non coincidono con le nostre o sembrano addirittura opposte.
Questo Principio, mentre da un lato riconosce la mancanza di liberta nelle situazioni che la persona non ha costruito, dall’altro afferma la liberta di negare le opposizioni quando esse sono parte di situazioni non scelte.
12.- Il Principio di accumulazione delle azioni.
“Sia gli atti contraddittori che quelli unitivi si accumulano in te. Se ripeti i tuoi atti di unita interna, niente ti potrà più fermare”.
Con questo Principio si intende dire che ogni atto realizzato rimane impresso nella memoria, a partire dalla quale influisce sulle altre due vie, cioè sulla sensazione e sull’immaginazione. Pertanto, sia la ripetizione di atti che danno unità interna, che quella di atti che generano contraddizione, conformano un comportamento che a sua volta indirizza le azioni future o nel senso dell’unità o in quello della contraddizione. Ripetere gli atti di unità interna significa applicare i Principi nella vita di tutti i giorni. Con questo non s’intende dire che si tratta solo di ripetere un atto (o un Principio) isolato, ma piuttosto di ripetere un insieme di atti di unità interna.
E’ certo che, se pratichiamo tutti i Principi, ci troviamo ad applicare una disciplina integrale, capace di trasformare la nostra condizione, dominata dalla sofferenza, in una nuova forma di vita, caratterizzata da una unità interna crescente e, quindi, da una crescente felicità.
Talvolta succede che una persona o un insieme umano costruiscano la loro vita sommando atti contraddittori; una vita di questo tipo può dare anche, per un certo tempo, dei grossi successi. Pero, presto o tardi, si produrrà una catastrofe, perché la base su cui essa si regge è falsa.
Molta gente vede solo l’aspetto esteriore, il successo, di una vita costruita sulle contraddizioni, ma non ne comprende il processo generale né la fine assurda a cui essa va incontro.
Tema formativo N. 10
Commenti sulla Regola d’Oro
Ultimamente, la frase “tratta gli altri come vuoi essere trattato”, è stata motivo di buona comunicazione con molta gente che va in giro persa nelle sue contraddizioni, gente che, per di più, aumenta continuamente la contraddizione fra coloro che la circondano. Oggi i comportamenti si fanno sempre più erratici e nessuno sa a cosa attenersi nella relazione con gli altri, allo stesso modo neanche gli altri sanno cosa aspettarsi da uno.
In alcune occasioni abbiamo fatto allusione alla “morale”. Una simile parola oggi suona falsa, come succede con tante altre che sono state manipolate e utilizzate con le peggiori intenzioni. Così oggi cosa è la “morale” se non è un trabiccolo obsoleto in cui nessuno crede? La nostra morale non ha niente a che vedere con quella falsa che stata istituita. Noi ci appoggiamo su un grande principio di comportamento che stato chiamato “la Regola d’Oro”. E chiaro che per coloro che conoscono il pensiero umanista, la Regola d’Oro non presenta alcuna difficoltà. La sua coincidenza con la visione che abbiamo dell’essere umano è perfetta. Ciò nonostante, alcuni commenti possono aiutare a diffondere un comportamento grazie al quale si afferma e si giustifica lo sforzo per estirpare il dolore e la sofferenza nella società in cui viviamo.
Quando parliamo di antidiscriminazione, di rispetto della diversità e di scelta delle condizioni di vita alle quali aspiriamo, sia per noi che per gli altri, sta risuonando questa morale!
Nel Vocabolario Umanista, sulla Regola d’Oro viene scritto: “Principio morale, assai diffuso tra i diversi popoli, che rivela un atteggiamento umanista. Eccome alcuni esempi. Rabbino Hillel: “quello che non vorresti per te non farlo al tuo prossimo”. Platone: “Mi sia concesso fare agli altri ci che vorrei facessero a me”. Confucio: “Non fare all’altro ciò che non ti piacerebbe fosse fatto a te”. Massima giainista: “L’uomo deve sforzarsi di trattare tutte le creature come a lui piacerebbe essere trattato”. Nel cristianesimo: “Tutte le cose che vorreste gli uomini facessero con voi, voi fatelo con loro”. Tra i sikh: “Tratta gli altri come vorresti che ti trattassero”. L’esistenza della regola d’Oro fu riscontrata da Erodoto in diversi popoli dell’antichità.”.
Nell’Umanesimo si dice: “tratta gli altri come vuoi essere trattato”. Nel Movimento Umanista molte persone capiscono, praticano e/o cercano di praticare questo principio di condotta. Esse partono da una sensibilità, da un apprezzamento dell’altro, differente da quella che si è imposta finora in questa epoca di destrutturazione delle relazioni umane. La comprensione esatta di questo principio, parte dalla comprensione della struttura della vita umana nella sua totalità. Questa comprensione differente da quella abituale. Nel Movimento non si ha fiducia della sincerità degli altri quando dicono di essere d’accordo, perché la loro visione dell’essere umano spesso è opposta a quella dell’Umanesimo. Se abitualmente non si tratta il vicino in base a questo principio, quanto possono valere le parole di chi parla di cambiare la società e il mondo? Su cosa si fonda realmente la lotta per migliorare le condizioni di vita dell’essere umano?
Vediamo le difficoltà…
“Tratta gli altri come vuoi essere trattato”. In questa relazione di condotta, ci sono due termini: il trattamento che si richiede agli altri e il trattamento che si disposti a offrire agli altri.
A. Il trattamento che si richiede agli altri.
L’aspirazione comune punta a ricevere un trattamento privo di violenza e a richiedere aiuto per migliorare la propria esistenza. Questo è valido anche fra i più grandi violenti e sfruttatori quando richiedono collaborazione da parte di altri per sostenere un ordine sociale ingiusto. Il trattamento richiesto è indipendente da quello che si è disposti a offrire agli altri.
B. Il trattamento che si è disposti ad offrire agli altri.
Si suole trattare gli altri in modo utilitaristico, come si fa con diversi oggetti, con le piante e con gli animali. Non parliamo del caso estremo del trattamento crudele, perché, dopo tutto, non si distruggono gli oggetti che si vogliono utilizzare. In tutti i casi, si tende ad aver cura di loro, sempre che la loro conservazione gratifichi o renda una qualche utilità presente o futura. Ciononostante, ci sono alcuni “altri” che perturbano un tantino lo schema: sono i cosiddetti “esseri cari”, la cui sofferenza o allegria ci produce forti commozioni. In essi si riconosce qualcosa di noi e si tende a trattarli nel modo che si vorrebbe essere trattati. Cosicché c’è un salto fra gli esseri cari e quegli altri nei quali non ci si riconosce.
C. Le eccezioni.
Riguardo agli “esseri cari”, si tende a offrire loro un trattamento di aiuto e cooperazione. Questo succede anche con quelle persone estranee nelle quali si riconosce qualcosa di noi, perché la situazione in cui l’altro si trova fa ricordare la propria o perché si calcola che in una situazione futura l’altro potrebbe trasformarsi in un fattore di aiuto nei nostri confronti. In tutti questi casi si tratta di situazioni particolari che non sono uguali per tutti gli “esseri cari” e che non si estendono a tutti gli estranei.
D. Le semplici parole non danno fondamento a nulla.
Uno desidera ricevere aiuto, ma perché dovrebbe darlo ad altri? Parole come “solidarietà” o “giustizia”, non sono sufficienti; si pronunciano con un sottofondo di falsità, vengono dette senza convinzione. Sono parole “tattiche” che si suole utilizzare per stimolare la collaborazione degli altri, ma senza darla agli altri. Questo può essere esteso anche ad altre parole tattiche come “amore”, “bontà”, ecc.. Perché si dovrebbe amare qualcuno che non è un essere caro? La frase “amo chi non amo” è contraddittoria, e dire “amo a chi amo” è ridondante. D’altra parte, i sentimenti che sembrano rappresentare quelle parole, si modificano in continuazione e posso comprovare che lo stesso essere caro lo amo di più o di meno. Infine, gli strati di questo amore sono diversi e complessi; cosa che appare chiaramente in frasi come questa: “Amo X, ma non lo sopporto quando non fa quello che voglio”.
E. L’applicazione della Regola d’Oro a partire da altre posizioni.
Se si dice: “Ama il prossimo tuo come te stesso per amore di Dio”, si presentano per lo meno due difficoltà. 1.- Dobbiamo supporre che si possa amare Dio ed ammettere che tale “amore” è umano, allora la parola non è adeguata; oppure amiamo Dio con un amore che non è umano, e neanche in tal caso la parola è adeguata; 2.- Non si ama il prossimo se non in modo indiretto, per mezzo dell’amore verso Dio. Doppio problema: una parola che non rappresenta bene la relazione con Dio, la dobbiamo tradurre ai sentimenti umani.
Da altre posizioni si dicono cose come queste: “Si lotta per solidarietà di classe”, “si lotta per solidarietà verso l’essere umano”, “si lotta contro l’ingiustizia per liberare l’essere umano”. Qui si continua con la mancanza di fondamento: perché dovrei lottare per solidarietà o per liberare altri? Se la solidarietà è una necessità, non è una cosa che posso scegliere, nel qual caso poco importa che lo faccia o non lo faccia, giacché non dipende dalla mia scelta; se invece è una scelta, perché dovrei scegliere quella opzione?
Altri dicono cose ancora più straordinarie, come ad esempio: “nell’amore verso il prossimo ci realizziamo”, oppure: “l’amore verso il prossimo sublima gli istinti di morte”. Cosa potremmo dire di ciò quando la parola “realizzarsi” non è chiara se non se ne presenta l’obbiettivo, quando la parola “istinto” e la parola “sublimazione” sono metafore di una Psicologia meccanicista ormai insufficiente sotto tutti gli aspetti?
E non mancano quelli più brutali che predicano: “Lei non può agire al di fuori della Giustizia stabilita, fatta affinché ci si protegga tutti mutuamente”. In questo caso, non si può rivendicare da questa “Giustizia” nessun atteggiamento morale che la superi.
Infine, rimangono alcuni che parlano di una Morale Naturale zoologica e altri che, definendo l’essere umano un “animale razionale”, pretendono che la morale derivi dal funzionamento della ragione di detto animale.
Per tutti i casi anteriori, la Regola d’Oro non quadra bene. Non possiamo essere d’accordo con loro, anche quando ci dicono che, con altre parole, stiamo parlando della stessa cosa. E chiaro che non stiamo parlando della stessa cosa.
Cosa avranno sentito nei differenti popoli e in diversi momenti storici, tutti quelli che fecero della Regola d’Oro il principio morale per eccellenza? Questa formula semplice, da cui può derivare una morale completa, sgorga dalla profondità umana semplice e sincera. Attraverso di essa sveliamo noi stessi negli altri. La Regola d’Oro non impone una condotta, offre un ideale e un modello da seguire mentre ci permette di avanzare nella conoscenza della nostra vita. La Regola d’Oro non può nemmeno convertirsi in un nuovo strumento del moralismo ipocrita, utile per misurare il comportamento altrui. Quando una tavola della “morale” serve a controllare invece di aiutare, a opprimere invece di liberare, deve essere infranta. Più in là di ogni tavola della morale, più in là dei valori del “bene” e del”male”, si erge l’essere umano e il suo destino, sempre inconcluso e sempre in crescita.
Silo, Mendoza 17/12/95
Seconda parte – Seminari e ritiri
1. Seminario sulla configurazione della Guida Interna
Questo seminario ha la durata di un giorno e l’arrivo della gente è previsto la mattina.
Cerimonia di Uffizio
Inquadramento del lavoro – Obbiettivi, forma di lavoro, attitudine, pratiche.
L’obbiettivo del nostro lavoro è di entrare nel tema della Guida Interna e, nel migliore dei casi, configurare la nostra Guida Interna o approfondire la relazione con esso o essa se già esiste. Lavoreremo con le pratiche di riflessione e esperienze guidate, interscambio in gruppo e riflessione personale.
Come sempre, la migliore forma per lavorare in gruppo è mantenere una relazione amichevole e di comunicazione. Questo ritiro dura tutto il giorno, quindi la cosa migliore è rilassarsi, dimenticarsi di tutti gli altri temi ed aprirsi al tema del ritiro.
Introduzione
Tutti sappiamo che ci troviamo a vivere in tempi di grande crisi, in un mondo che si trova in una tappa di cambiamenti importanti e che si sta dirigendo verso un futuro differente da quello che abbiamo conosciuto. Lo sperimentiamo nelle nostre proprie vite e nelle vite delle persone vicine a noi. In queste situazioni di grandi necessità tutte le persone cercano di ottenere orientamento da vere guide, ed il Messaggio di Silo ci porta a guardare dentro noi stessi. Per questo motivo, il lavoro di configurazione della Guida Interna è un lavoro personale importante e prezioso che ci aiuterà ad approfondire ed ad avanzare verso la nostra aspirazione di una vita coerente e con senso, basata nella integrazione interna ed espansione verso il mondo con il meglio delle qualità umane; saggezza, bontà e forza.
Il 7 Maggio 2005 Silo disse nel Discorso di inaugurazione del Parco La Reja
“…Allontanare la contraddizione è lo stesso che superare l’odio, il risentimento, il desiderio di vendetta. Allontanare la contraddizione è coltivare il desiderio di riconciliazione con gli altri e con se stessi. Allontanare la contraddizione è perdonare e riparare doppiamente ogni male che si sia inflitto ad altri.
Questo è l’atteggiamento che è opportuno coltivare. Allora, col passare del tempo, comprenderai che la cosa più importante è ottenere una vita di unità interna che darà frutti quando ciò che pensi, senti e fai andrà nella stessa direzione. La vita cresce grazie alla sua unità interna e si disintegra a causa della contraddizione. E succede che quello che fai non rimane solo in te, ma arriva agli altri. Pertanto, quando aiuti altri a superare il dolore e la sofferenza, fai crescere la tua vita e dai un apporto al mondo. All’opposto, quando aumenti la sofferenza di altri, disintegri la tua vita e avveleni il mondo. E chi devi aiutare? Prima di tutto quelli che sono più vicini, però la tua azione non si fermerà ad essi.”
Sappiamo che le nostre qualità interne non rimangono solo dentro noi, nel nostro proprio paesaggio interno. Queste qualità si trasmettono a tutti quelli che ci circondano attraverso le nostre azioni, le nostre idee ed i nostri sentimenti. Detto in altro modo, l’espressione del nostro mondo interno si manifesta nel paesaggio umano coinvolgendo altri. Il paesaggio umano è un miscuglio continuo di influenze silenziose dei paesaggi interni di ognuno. Molto spesso sentiamo l’impatto della violenza e dell’incoerenza dentro di noi ed in chi ci circonda. Come possiamo avanzare in un mondo che non abbiamo scelto ma che è quello che abbiamo ereditato? Riconosciamo la necessità di orientamento, riconosciamo il nostro desiderio di aiutare altri ed aspiriamo al fatto che la nostra influenza nel mondo sia positiva. Per tutto questo, la relazione con la nostra Guida Interna è una grande risorsa per poter portare avanti questa aspirazione.
Primo lavoro in gruppo
Lettura dei differenti testi riferiti alla Guida Interna:
1.Il Paesaggio Interno, Umanizzare la Terra, Opere Complete I. Capitolo XVI e XVII.
Questi testi chiariscono la differenza tra la Guida Interna ed i “modelli” profondi che operano dentro di noi. La guida è configurabile e perfezionabile e lavoreremo proprio su questo.
XVI. I MODELLI DI VITA
1. Nel tuo paesaggio interno c’è una donna o un uomo ideale che hai sempre cercato nel paesaggio esterno attraverso tante relazioni ma senza mai poterla o poterlo trovare. E’ come se due pietre focaie non si incontrassero mai, salvo che nel breve momento in cui divampa la fiamma dell’amore totale.
2. Ciascuno a suo modo lancia la propria vita nel paesaggio esterno per raggiungere i suoi modelli occulti.
3. Ma il paesaggio esterno finisce per imporre le sue leggi e così, dopo qualche tempo, quello che era stato il sogno più ambito diventa un’immagine che suscita solo vergogna od appena un ricordo sbiadito. Esistono, però, modelli profondi, che non cambiano mai e che dormono nella parte più interna della specie umana in attesa del loro momento. Questi modelli sono la traduzione degli impulsi che il corpo trasmette allo spazio di rappresentazione.
4. Non discuteremo qui dell’origine e della consistenza di tali modelli né parleremo del mondo complesso di cui fanno parte. Dovremo semplicemente prendere atto della loro esistenza e rilevare che hanno la funzione di compensare necessità e aspirazioni, le quali, a loro volta, motivano le attività nel paesaggio esterno.
5. Ciascuna cultura e ciascun popolo dà una specifica risposta al paesaggio esterno, risposta che è sempre filtrata, però, dai modelli interni che il corpo e la storia sono andati via via definendo.
6. E’ saggio colui che conosce i propri modelli profondi, ma è ancora più saggio colui che riesce a porli al servizio delle cause migliori.
XVII. LA GUIDA INTERNA
1. Chi suscita in te tanta ammirazione da farti desiderare di essere come lui?
2. Ti porrò la domanda con maggiore delicatezza: chi rappresenta per te un esempio tanto valido da farti desiderare di possedere alcune delle sue particolari virtù?
3. Ti è mai accaduto, nell’afflizione o nella confusione, di fare appello al ricordo di qualcuno – non importa se davvero esistente o no – la cui immagine è accorsa al tuo richiamo per confortarti?
4. Sto parlando di modelli speciali, che potremmo chiamare “guide” interne, che a volte sono identificabili con persone del mondo esterno.
5. I modelli che desideravi seguire fin da bambino sono cambiati solo per quanto riguarda la cappa più esterna del tuo sentire quotidiano.
6. Ho visto come i bambini giocano e parlano con i loro compagni immaginari e con le loro guide. Ho anche visto persone di tutte le età mettersi in contatto con esse per mezzo di preghiere sincere e devote.
7. Quanto più forti sono state le invocazioni, da tanto più lontano le guide sono accorse, portando con sé il migliore consiglio. Da questo ho compreso che le guide più profonde sono anche le più potenti. Ma solamente una grande necessità può svegliarle dal loro letargo millenario.
8. Un tale modello “possiede” tre attributi importanti: forza, saggezza e bontà.
9. Se vuoi conoscere meglio te stesso, osserva quali caratteristiche hanno gli uomini o le donne che ammiri. E bada bene che le qualità che più apprezzi in loro entrano nella configurazione delle tue guide interne. Considera che, pur se il tuo punto di riferimento iniziale ha finito per scomparire col passare del tempo, dentro di te ne è rimasta un’ “impronta” che continuerà a motivare le tue azioni nel paesaggio esterno.
10. E se vuoi sapere come le culture interagiscono tra loro, studia, oltre ai modi di produzione degli oggetti, anche i modi di diffusione dei modelli.
11. Quindi è importante che tu rivolga la tua attenzione alle migliori qualità delle altre persone, perché così proietterai nel mondo il modello, che grazie a questo, hai potuto configurare dentro di te.
Pausa
Secondo lavoro – La Condizione
Breve meditazione, annotazioni (senza interscambio)
La condizione interna per cominciare a cercare o ad incontrarsi con la Guida è: la Necessità di contatto con una guida, che non si traduce in una tensione o compulsione, ma nel riconoscimento dei propri limiti; la Sincerità della ricerca, che deve essere aperta, senza difficoltà, rispettando questo lavoro, e una certa Fede o Fiducia che uno può arrivare a prendere contatto con la sua Guida Interna.
Pratica: Riflessione
Chiarezza dei registri di Necessità, Sincerità e Fede.
Mi domando in silenzio …..
Perché ho bisogno di una Guida Interna? ………. Ripeto, Perché ho bisogno di una Guida Interna?
Quale è il mio atteggiamento che guiderà questa ricerca? ………
Dove sta la mia fede che la mia guida si sveli? ……..
(Ripetere questa riflessione se è necessario)
Appunti personali
Terza pratica – Le tre qualità
Breve meditazione ed appunti
Pratica: Riflessione personale
Fare una pausa dove ci sono i puntini (….). Ciò permetterà ai partecipanti di connettersi e sperimentare le parole che vengono dette.
Che cosa è per me la Forza, la Bontà e la Saggezza? Connettersi internamente con ognuna di queste parole, una per una.
Che cosa è per me la Forza? ….. È la forza immensa degli dei….. È l’acqua che polverizza la pietra?….. Esattamente a quale Forza aspiro?…… Chi conosco che ha questa qualità?
Chi ha Saggezza?….. Come si esprime questa saggezza?
Che cosa è la Bontà per me?… Chi mi ha trattato con bontà?……
Ognuno fa le sue annotazioni personali.
Interscambio d’insieme
Pranzo (un’ora)
Quarta pratica – Configurazione della Guida Interna (2 ore)
La Guida Interna come immagine sintetica
Nel nostro lavoro di configurazione della Guida vediamo che usiamo la nostra memoria per trovare precedenti riferimenti degli attributi che stiamo cercando; le immagini tradotte dei nostri sensi per dare forma a questi attributi (presenza cenestesica, suoni, immagini visive, ecc.) e la nostra immaginazione. Tutto questo si fonde in una nuova forma. La Guida è una nuova sintesi di una moltitudine di registri dislocati nei nostri “archivi interni”. Uniamo tutto questo in un’immagine che è tremendamente significativa ed il cui potenziale aumenta man mano che la nostra relazione con questa immagine si va approfondendo attraverso la comunicazione ripetuta con essa.
Sappiamo che le immagini interne possono delinearsi come segni, simboli o allegorie. Seguendo quello che si dice in Psicologia II, Appunti di Psicologia, su allegorie: ”Le allegorie sono agglomerati di contenuti diversi in una sola rappresentazione… sono narrazioni trasformate in cui i diversi elementi si fissano… in cui si rende concreto ciò che è astratto, ecc.”, possiamo dire che una Guida Interna ben configurata è un’allegoria che la coscienza ha prodotto, concretizzando certi attributi specifici: bontà, saggezza e forza.
La Guida Interna di ognuno è molto personale. Può essere Dio; può avere un contesto religioso o sacro, oppure no; può essere una santa persona; qualcuno che uno conosce o ha conosciuto nella vita; può essere una figura storica; può essere una presenza ispiratrice, una forza ispiratrice, un’immagine ispiratrice… può essere molte cose, ma soprattutto è personale e non spetta a nessuno giudicare la Guida Interna di un altro.
Sebbene ognuno configura la guida col proprio paesaggio personale, in un’immagine ben configurata ci sono elementi comuni: è un’immagine che “ha vita propria” che ha movimento e mobilità, è un’immagine precisa e brillante che ha profondità e che appare sempre della stessa forma. Il contatto con questa immagine produce un “incastro”, una commozione positiva dentro di sé, ha un significato psichico per ognuno. Ovviamente non è importante se questa immagine è visiva, una presenza o un suono, ecc. Quello che è importante è che la relazione con la mia guida cresca e che io registri l’impatto di questi attributi nel mio sviluppo interno, che io registri protezione, orientamento, sensibilità verso gli altri ed una coerenza crescente nella mia espressione nel mondo.3
Pratica: Esperienza di Pace e configurazione della Guida Interna
Queste due esperienze devono essere lette con calma e senza interruzione tra l’una e l’altra.
Esperienza di Pace – Lo sguardo interno
1. Rilassa completamente il corpo ed acquieta la mente. Quindi immagina una sfera trasparente e luminosa che scenda verso di te e si fermi nel tuo cuore. Riconoscerai il momento in cui la sfera cessa di manifestarsi come un’immagine per trasformarsi in una sensazione all’interno del petto.
2. Osserva come la sensazione della sfera si espanda lentamente dal tuo cuore verso l’esterno del corpo, mentre la tua respirazione si fa più ampia e profonda. Quando la sensazione arriva ai limiti del corpo, puoi fermare l’operazione ed immedesimarti nell’esperienza di pace interiore. Puoi rimanere così il tempo che riterrai opportuno. Quindi fai retrocedere l’espansione precedente (arrivando, come all’inizio, al cuore), per separarti dalla tua sfera e concludere l’esercizio calmo e riconfortato.
Esperienza guidata: configurazione della guida interna – Libro della Comunità originale
Mi trovo in un paesaggio luminoso nel quale una volta ho provato una grande felicita. (*)
Riesco a vedere il sole che sorge. Posso guardarlo senza fastidio. Con meraviglia vedo due raggi che, partendo da esso, arrivano fino a me e si posano sulla mia testa e sul mio cuore.
Comincio a sentirmi molto leggero e ad avvertire che sono attratto dal sole. Allora, seguendo le due tracce luminose, mi dirigo verso di esso.
Dall’enorme disco, che si trasforma in una sfera gigantesca, ricevo un calore soave e benefico.
Sono ormai nell’interno del sole; aspiro ed espiro ampiamente e profondamente. La luce che mi circonda entra nel mio corpo al ritmo della respirazione e mi da ogni volta più energia.
Mi sento sereno e raggiante. Allora chiedo, con i miei migliori sentimenti, che si presenti davanti a me la guida interna e che lo faccia nel modo più propizio.(*)
La guida mi dice che essa rappresenta la mia forza interna, la mia energia; mi dice che se saprò usarla avrò direzione nella vita; avrò ispirazione e protezione. Mi dice anche, pero, che devo fare lo sforzo di vederla bene o di sentire la sua presenza con intensità. (*)
Chiedo alla guida di posare le sue mani sulla mia fronte e di mantenercele alcuni istanti.
Sento che dal centro del mio petto comincia a cre-scere una sfera trasparente che alla fine ci avvolge entrambi. (*)
Dico alla guida di far rinascere in me un profondo amore per tutto ciò che esiste e di accompagnarmi nella vita dandomi allegria e pace. (*)
Le domando qual è il senso della vita e aspetto la sua risposta. (*)
Le domando cos’è realmente la morte e aspetto la sua risposta. (*)
Le domando qual è il valore della mia vita e aspetto la sua risposta.
(*) Scelgo con cura una situazione della mia vita e le domando qual è il suo significato e aspetto la sua risposta. (*)
Chiedo alla guida di essere sempre al mio fianco nei momenti di dubbio e di angoscia, ma di accompagnarmi anche nei momenti di allegria.
La guida si separa da me e si trasforma in un grande fiore dai petali aperti, i cui colori spiccano sul fondo luminoso del sole. Quindi il fiore comincia a cambiare forma e colori, come se fosse un armonioso caleidoscopio. Allora comprendo che ascolterà le mie richieste.
Comincio ad allontanarmi dal risplendente sole, pieno di vita e di forza.
Discendo sulle due tracce luminose e torno nello splendido paesaggio, sentendo in me una grande bontà che cerca di manifestarsi nel mondo della mia gente. (*)
Annotazioni personali
Interscambio in gruppo di 3 o 4 persone
Interscambio tra tutti i partecipanti, commenti e/o testimonianze delle diverse esperienze con la Guida
Pausa (30 minuti)
Chiusura con la Cerimonia di Uffizio
Agape di amicizia
Riordinamento del luogo e saluti
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Bibliografia
Libro Il Messaggio di Silo
Appunti di Psicologia. Psicologia II. Opere Complete II, Silo.
2. Seminario sulla Forza I
Questo seminario ha una durata di un giorno e l’arrivo della gente è di mattina.
Cerimonia di Uffizio
Inquadramento
L’esperienza della Forza è il pilastro centrale dell’Esperienza de Il Messaggio. È il tema primordiale nelle descrizioni de Lo Sguardo Interno e si può sperimentare nelle Cerimonie di Esperienza dell’Uffizio, Imposizione, Benessere ed Assistenza. Il tema della Forza merita di essere studiato e riflettuto, mettendo in relazione la propria esperienza con le diverse spiegazioni e descrizioni che si trovano negli scritti di Silo. Questa è un’attività altamente raccomandata, da realizzare con calma e quando sorge in ognuno la necessità da comprendere.
Un seminario di un giorno dedicato alla Forza limita la nostre possibilità di studiare in profondità. Ad ogni modo, potremo sicuramente avanzare nella nostra esperienza e comprensione, e probabilmente anche approfondire le nostre domande. L’interesse di questo seminario non è quello di giungere a nessuna conclusione tecnica, ma piuttosto: 1) portare la nostra esperienza interna nel campo dell’ispirazione e della sperimentazione personale, e 2) aumentare il nostro contesto di comprensioni sulla Forza studiando e riflettendo sui passaggi selezionati dalle opere di Silo.
Sebbene possiamo studiare il fenomeno della Forza da differenti angolazioni, seguiremo quello che si menziona nella pagina introduttiva di Il Messaggio di Silo:
“L’Esperienza è costituita da otto cerimonie capaci di produrre ispirazione spirituale e cambiamenti positivi nella vita quotidiana.”
Celebreremo varie cerimonie di Esperienza e studieremo e interscambieremo su testi presi da Lo Sguardo Interno, del libro Il Messaggio di Silo che si riferiscono alla Forza ed ai Principi di Azione Valida.
Sappiamo che la libera interpretazione è una dei principali pilastri de Il Messaggio e questo deve guidare il nostro lavoro. La comunicazione tra noi, aperta e fluida, esprimendo liberamente la nostra esperienza con l’opportunità di ascoltare gli altri, è quello che arricchisce la nostra comprensione come insieme.
Prima parte – La Forza e Lo Sguardo Interno (2 ore)
Lo Sguardo Interno tratta della conversione del non-senso in senso. Nella sua divisione in 20 capitoli, 11 sono direttamente relazionati a descrizioni della Forza. I primi capitoli trattano l’atteggiamento corretto di questa ricerca e descrizioni del Non-senso. Nel Capitolo V incomincia il Sospetto del Senso, e già nel Capitolo VII si apre il tema con la Presenza della Forza, seguito dal Controllo della Forza, Manifestazioni dell’energia fino ad arrivare ad affermare, nel Capitolo X, l’Evidenza del Senso, e nel Capitolo XI, al Centro Luminoso. Nel Capitolo XII, Le Scoperte, avviene un cambiamento e si descrive nella circolazione dell’energia, la natura della Forza e la sua relazione con evidenze storiche del sacro. I capitoli seguenti considerano procedimenti, la proiezione e diverse azioni della Forza e le differenti situazioni mentali descritte ne La Guida del Cammino Interno, I Principi, Gli Stati Interni e La Realtà Interiore.
Ovviamente è nelle descrizioni, riflessioni ed orientazione che troviamo ne Lo Sguardo Interno dove ci riferiamo alla nostra esperienza della Forza. Il suo stile di prosa poetica ci permette di trovare la posizione interna appropriata in relazione col tema dell’evoluzione interna.
Di tutto il libro prenderemo per studiarli: il Capitolo XV, L’Esperienza di Pace ed Il Passaggio della Forza; il Capitolo XVI, Proiezione della Forza; ed il Capitolo XVII, Azione e Reazione della Forza.
Nel Capitolo XV, L’Esperienza di Pace ed il Passaggio della Forza, troviamo la descrizione di differenti procedimenti. L’esperienza non è presentata nella forma cerimoniale con la quale siamo abituati a lavorare.
Lettura e riflessione, in gruppi, di ogni parte:
Paragrafi 1 e 2. Esperienza di Pace.
Paragrafi dal 3 al 7. Esperienza della Forza.
Paragrafo 8. Considerazioni generali.
Paragrafo 9. Relazione dell’esperienza di Forza con la vita quotidiana.
Ogni gruppo fa un riassunto delle sue riflessioni sulle letture.
Lettura d’insieme degli scritti di ogni gruppo. Interscambio.
Breve pausa
Situazione Interna
Per incominciare, come in tutte le cose, uno deve considerare la situazione interna previa all’esperienza della Forza. Prendiamo contatto con la Forza attraverso Cerimonie e in questa maniera si dà in noi un “atteggiamento cerimoniale” che è vitale per l’Esperienza. Non stiamo qui a definire precisamente cosa sia quello l’”atteggiamento cerimoniale”, ma sappiamo di celebrare cerimonie e “celebrare” ha la connotazione di qualcosa di speciale, qualcosa che dà ispirazione, aperto e benefico, un avvenimento positivo, sia per noi o con altri. In questo primo paragrafo del Capitolo XIV Lo Sguardo Interno c’è una buona descrizione di tutto questo:
“Se hai compreso ciò che ho spiegato fin qui, puoi sperimentare la manifestazione della Forza mediante un semplice lavoro.
Collocarsi in una posizione mentale più o meno corretta (come se si trattasse di predisporsi ad un’attività tecnica) non è lo stesso che assumere un tono ed un’apertura emotiva simili a quelli ispirati dalla poesia.”
Celebriamo le nostre cerimonie con altri e la nostra relazione con “quegli altri” è fondamentale per l’esperienza. Sappiamo che le relazioni positive ed affettuose, come quelli che si danno tra amici, membri di famiglia e persone care, potenziano la Forza. Non è difficile capire perché queste relazioni di calore umano stabiliscano una situazione interna appropriata per l’apertura interna ed il benessere. Non è neppure difficile sentire e proiettare questa connessione con tutti gli altri che condividono con me la celebrazione di qualunque cerimonia; in realtà è il sentimento centrale della cerimonia di Imposizione.
Uffizio
Pranzo (un’ora)
Relazione della Forza con l’unità interna (2 ore)
Vediamo alcuni esempi presi da Lo Sguardo Interno sulla relazione fra l’unità interna e l’esperienza del passaggio della Forza.
Nel Capitolo X, Evidenza del Senso, si dice:
” La reale importanza della vita da sveglio si fece chiara in me.
La reale importanza di distruggere le contraddizioni interne mi convinse.
La reale importanza di controllare la Forza, per conseguire unità e continuità, mi colmò allegramente di senso.”
Più avanti, nell’ultimo paragrafo di Capitolo XV, si dice:
“Ma potresti non essere riuscito a provocare il passaggio pur avendo osservato quanto è stato raccomandato, Questo non può diventare una fonte di preoccupazione; sarà piuttosto un segnale della tua mancanza di “scioltezza” interna, il che potrebbe riflettere molta tensione, problemi riguardo alla dinamica delle immagini, insomma frammentazione del comportamento emotivo… Cosa che, del resto, è presente nella vita quotidiana”
Approfittiamo dell’opportunità che abbiamo oggi per studiare l’esperienza della Forza, al fine di interscambiare e riflettere assieme sulla nostra condotta nella vita quotidiana (verso noi stessi e verso altri) e la sua possibile relazione con la nostra esperienza della Forza. Per questo studiamo il Capitolo XIII, I Principi, che “possono essere d’aiuto nella ricerca dell’unità interiore.”
Lettura ed interscambio, in gruppi di tre, del Capitolo XIII, I Principi.
Interscambio d’insieme sulle riflessioni fatte.
Pausa
Commenti
Nel Capitolo XVIII, Azione e Reazione della Forza, si spiega un altro procedimento: quello del “ringraziamento”. Nella Richiesta, quando abbiamo bisogno di orientazione o protezione, siamo abituati ad appellarci alla nostra guida interna o dio interno o ad un’immagine ispiratrice. Ma ci sono anche momenti nei quali sperimentiamo la necessità di dirigere ed esprimere l’esperienza della nostra gratitudine e la coscienza della nostra “buona fortuna.”
Lettura ed interscambio fra tutti
Capitolo XVIII
Cerimonia di chiusura: Imposizione
Breve pausa
Commenti generali e conclusioni con tutto il gruppo.
Agape di amicizia
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Bibliografia
Il Messaggio di Silo
3. Seminario sulla riconciliazione
Durata: un giorno. Arrivo al Centro di Lavoro di mattina.
Cerimonia di Uffizio
A. Introduzione
Questo seminario punta inizialmente – prima, cioè, di pensare a riconciliarsi – a meditare su questa esperienza cercando che trascenda il piano psicologico, per ubicarla in un livello di spiritualità profonda. Si tratta di una sfida non da poco, perché definisce la condizione necessaria per porsi mentalmente di fronte ad un buon lavoro di riconciliazione. Inoltre, propone la creazione di un aforisma personale che concentri una grande carica emotiva positiva per facilitare il progressivo processo di riconciliazione.
Si dà inizio con la proiezione del video del discorso di Silo a Punta de Vacas del 5 maggio 2007. I partecipanti prendano nota di quelle parti del discorso che considerino importanti.
Nota: La durata del lavoro prenderà circa 7 ore, dipendendo dal numero di partecipanti. L’ideale è non fissare tempi per ogni parte del seminario e che ognuno li regoli secondo necessità.
Esercizio 1—Lavoro in gruppi
Si formano gruppi di tre per leggere e studiare il discorso, pertanto sono necessarie tante copie quanti sono i partecipanti.
Esercizio 2—Lavoro individuale
Riassumere e sintetizzare per iscritto il discorso.
B. Inquadramento sulla posizione personale rispetto alla riconciliazione come esperienza spirituale profonda
Dopo aver letto e studiato in piccoli gruppi il materiale, si tenta individualmente una riflessione iniziale sulla riconciliazione come esperienza spirituale profonda. Ciò deve comprendere la ricerca di un registro di disposizione interna che commuova fortemente tutto il nostro essere e che, per la gran libertà interna e coerenza che implicano, connetta con le aspirazioni e le necessità più sentite. In altre parole, questa riflessione si dovrebbe fare a partire da e per ciò che di più profondo si sente nel cuore, con un elevato sentimento di devozione interna, senza riserve. Per toccare la profondità interna adeguata. Al fine di non lasciare spazio a possibili resistenze che potrebbero sorgere forse proprio da un nascosto risentimento o da scettici razionalismi, che finiscono per relativizzare questa o qualunque altra esperienza spirituale profonda.
Esercizio 3—Lavoro individuale
Riflessione sulla dimensione della riconciliazione come esperienza spirituale profonda, collegandola con l’interiorità più commovente. Prendere nota.
Esercizio 4—Lavoro d’insieme, pratica guidata
Mi siedo comodamente e rilasso la mia muscolatura esterna, cercando di dissolvere ogni tensione localizzata o generalizzata… proseguo con l’interno del corpo, lasciandomi andare verso il tepore delle sensazioni ed distendendo ogni tipo di tensione… dalla mia gola fino alla base del tronco, passando per tutti i miei organi… poi, rilasso progressivamente la testa, dall’esterno all’interno… più volte… … … … ora, tento di sentire la mia riconciliazione come se fosse un instancabile uccello migratore che percorre migliaia e migliaia di chilometri, sapendo dove deve arrivare… che cosa deve fare…… mi guida la ribellione contro la sofferenza…
Esercizio 5—Lavoro individuale
Cerco relazioni, registri, vissuti comuni tra l’Esercizio 3 e l’Esercizio 4. Prendo nota.
Esercizio 6—Lavoro in gruppi
Interscambio sulle esperienze dell’Esercizio 3 e dell’Esercizio 4. Prendere nota delle conclusioni di ogni gruppo.
Esercizio 7—Lavoro d’insieme
Interscambio sulle conclusioni dei gruppi.
C. Intersacambio sull’aforisma personale della riconciliazione
Vorremmo proporci di definire internamente un aforisma che ci aiuti a dare impulso ad un lavoro progressivo di riconciliazione, un lavoro che ci faciliti il progressivo distacco radicale da ogni risentimento, per trasformare le nostre vite.
Esercizio 8—Lavoro individuale
Riflessione su immagini positive mobilizzatrici che possano decantare in un aforisma. Lavorare facendo una lista di possibili speranze, certezze o idee-forza tanto potenti da riuscire a trovare incastro in una parola o breve orazione. Possiamo anche appoggiarci su un’immagine che ci commuova.
Per costruire quell’aforisma è necessario considerare che la nostra riconciliazione si deve fondare su un’aspirazione con una commovente e positiva carica emotiva che potrebbe essere, ad esempio, un’anelato sussulto di bontà verso noi stessi e gli altri. Sembrerebbe che solo così il riconciliarsi arriverebbe a trasformarsi in un’esperienza spirituale profonda. Prendere nota.
D. Inquadramento su che cosa riconciliarci
La riconciliazione che cerchiamo può avere a che fare con l’accettazione delle frustrazioni vissute, l’ammissione dei fallimenti, il riconoscimento degli errori, delle debolezze, deficienze o carenze. Si riferisce, anche, alle azioni incoerenti che abbiamo realizzato, provocando sofferenza negli altri, e al maltrattamento ricevuto da altri che ci abbia feriti profondamente. Così pure, può permetterci di riflettere sugli stati d’animo di disperazione di fronte alla grave situazione mondiale, così carica di violenza ed intolleranza, al fine di cambiare il nostro sguardo, scommettendo sul processo di umanizzazione della Terra e di liberazione dello spirito.
Esercizio 9—Lavoro individuale
Mi siedo comodamente e rilasso la mia muscolatura esterna, cercando di dissolvere ogni tensione localizzata o generalizzata… proseguo con l’interno del corpo, lasciandomi andare verso il tepore delle sensazioni ed distendendo ogni tipo di tensione… dalla mia gola fino alla base del tronco, passando per tutti i miei organi… poi, rilasso progressivamente la testa, dall’esterno all’interno… più volte… … … … ora cerco quello sguardo comprensivo… quello sguardo che riconosca nei grandi errori, la somma di una serie di fattori che andarono aldilà della mia capacità di risposta… e cerco di ammettere che la mia ignoranza… la mia incapacità… e la forza delle circostanze… difficilmente mi avrebbero permesso di superare quel gioco di forze avverse che scatenarono situazioni di sofferenza… rivedo le situazioni che mi causarono maggior risentimento ………… e mi sforzo di ammettere umilmente la mia incapacità di dare risposte migliori per non fare soffrire gli altri… la mia ignoranza per superare conflitti dolorosi… allo stesso modo, cerco di accettare l’ignoranza ed i timori di coloro che mi causarono sofferenza………… ora, tento di riconoscere in me i preziosi momenti di speranza… di buoni risultati… di coerenza che ho vissuto… tento di riconoscere in quei momenti gli stati di pienezza e libertà interna che ho sperimentato… così, cerco di equilibrare la bilancia della mia vita per dotarla del senso luminoso al quale aspiro… e con ciò trasformare l’ambiente in cui vivo…
Esercizio 10—Lavoro in gruppi
Interscambio in gruppi di tre sul lavoro individuale appena realizzato. Prendere nota.
Esercizio 11—Riassunto e sintesi individuale
Riassumere e sintetizzare per iscritto tutto il lavoro personale realizzato.
Esercizio 12—Interscambio d’insieme
Interscambio libero d’insieme sul lavoro del giorno.
Chiusura
Preferibilmente nella Sala, Ringraziamento per le comprensioni raggiunte e Richiesta per una
riconciliazione progressiva.
Si termina il seminario con un’agape di amicizia ed affetto.
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Bibliografia
Video e testo su La Riconciliazione. Silo, Punta de Vacas. 05.05.2007
4. seminario sul cambiamento profondo ed essenziale
Durata: un giorno. Arrivo al Centro di Lavoro di mattina.
Cerimonia di Uffizio
Inquadramento
Il presente lavoro è organizzato in base a domande ispirate sulle principali idee espresse in una
lettera in cui Silo rispondeva a David Roberts e che circolò nel gennaio del 2008. Domande che puntano a creare le condizioni per una riflessione individuale profonda e per l’interscambio in gruppi, sul tema del cambiamento profondo e essenziale. Sono domande a cui si può rispondere in base a ciò che si intende o per intuizione.
In secondo luogo, si cerca di formulare un proposito personale meditando e prendendo come riferimento il tema di I cinque stati del senso della vita, estratto dalla Nota 4 del primo Libro della Comunità.
Tali lettere e detta Nota si allegano affinché tutti i partecipanti ne abbiano una copia per studiarle, assieme al testo del seminario.
Si suggerisce di non fissare i tempi per le diverse parti del lavoro e che tutto proceda per autoregolazione.
Esercizio 1—Lavoro individuale scritto
Il cambiamento profondo ed essenziale, il cambiamento delle condizioni mentali4, è possibile grazie ad una intenzione della coscienza umana.
1.Cosa intendo o intuisco per “cambiamento profondo ed essenziale”?
2.Che cosa non sarebbe un cambiamento profondo ed essenziale, oppure, che cosa potrebbe essere “mascherato” da cambiamento essenziale?
3.Cosa intendo o intuisco per “cambiamento delle condizioni mentali”?
4.Che cosa non sarebbe un cambiamento delle condizioni mentali?
Non è possibile il cambiamento essenziale senza una direzione chiara in quel senso.
5.Cosa intendo o intuisco per “un’intenzione della coscienza umana su sé stessa”?
6.Cosa intendo o intuisco per “una direzione chiara in quel senso”?
Convertire la vita in base ad un cambiamento mentale profondo.
7.Che significato ha per me convertire la mia vita in base ad un cambiamento mentale profondo?
8.Cosa intendo o intuisco per “decidermi per necessità a trasformare la mia vita in quel senso”?
Esercizio 2—Lavoro in gruppi di tre
Interscambio sul lavoro individuale. Prendere nota.
Esercizio 3—Lavoro d’insieme
Interscambio aperto sul tema, d’accordo al lavoro individuale o in gruppo realizzati. Prendere nota.
Esercizio 4—Formulazione di propositi personali
Prima di tutto si cerca di meditare, se non fosse chiaro, da dove, da quale “luogo” interno, ci si dovrebbe formulare i propositi di cambiamento profondo ed essenziale. In tal senso, bisogna considerare
che le aspirazioni più profonde, che muovono quella Conversione, non nascono da compensazioni
illusorie che sottilmente ed inavvertitamente potrebbero condizionarci. Prendere nota.
In secondo luogo, è raccomandabile studiare la Nota 4 (allegata), del primo Libro della Comunità
per riflettere e chiarirsi meglio lo stato interno attuale nel quale ci si può trovare rispetto al senso della vita. Prendere nota.
Esercizio 5—Lavoro in gruppi di tre
Interscambio sul lavoro individuale.
Esercizio 6—Lavoro d’insieme
Interscambio sulle comprensioni raggiunte nel lavoro individuale ed assieme agli altri.
Esercizio 7—Riassunto e sintesi individuale
Riassumere e sintetizzare per iscritto tutto il lavoro personale realizzato.
Chiusura
Preferibilmente nella Sala, si ringrazia per le comprensioni raggiunte e si fanno Richieste affinché
le aspirazioni più profonde si concretizzino.
Si conclude il seminario con un’agape di amicizia ed affetto.
Frammento della Nota 4 del primo Libro di La Comunità
….7º Di fronte alla possibilità del riconoscimento che non tutto finisce con la morte, o – ed è lo stesso – di fronte alla possibilità della trascendenza, l’essere umano può assumere una delle seguenti posizioni: a) – di evidenza indubitabile, data dall’esperienza personale (anche se essa risulta essere indimostrabile e non trasferibile ad altri); b) – di semplice credenza che la trascendenza sia un dato indubitabile della realtà; questa credenza deriva dall’educazione ricevuta o dall’ambiente in cui si vive; c) – di desiderio di avere questa esperienza o questa credenza; d) – di sospetto intellettuale della sopravvivenza dopo la morte, senza esperienza né credenza ed anche senza desiderio di provare queste ultime.
8º Queste quattro posizioni, insieme ad una quinta che nega ogni possibilità di trascendenza, sono chiamate: “I cinque stati del senso della vita”. Ciascuno stato ammette, a sua volta, differenti gradi di profondità e di definizione. Sia gli stati che i gradi sono variabili, però essi permettono sempre di definire, in un dato momento della vita, qual è il livello di coerenza o, viceversa, di contraddizione della vita stessa e, pertanto, di definire anche qual è il livello di libertà dalla sofferenza o viceversa, di sottomissione ad essa. Questo che stiamo trattando è un punto che ha anche importanza pratica, perché il criterio che abbiamo presentato permette di esaminare, collocandolo nello stato che gli corrisponde, qualunque momento della nostra vita passata; facendo questo, posiamo valutare in che modo la vita si organizzava allora intorno a quello stato. E’ evidente che questo esame ci serve per comprendere meglio il momento attuale in cui viviamo.
9º Un individuo può superare un grado o uno stato – qualunque essi siano – oppure può approfondire la comprensione di essi, grazie ad un lavoro continuo nella direzione proposta dalla dottrina.
Riassumendo: nella dottrina della Comunità viene spiegato che il vero senso della vita è in rapporto con la certezza interna della trascendenza oltre la morte; che la scoperta di questo senso vero trasforma la vita ed influisce sulle tre vie della sofferenza; che qualunque individuo può raggiungere o perfezionare tale senso vero indipendentemente dallo stato o dal grado in cui ritrova a vivere.
Lettere fra David e il Negro
14 gennaio di 2008
Ciao Negro,
Ti invio un caldo abbraccio da Sacramento.
Oggi ti scrivo perché c’è qualcosa che mi preoccupa per i commenti che ho sentito che hai fatto.
Come mi hanno informato, tali commenti sono stati fatti circa 10 giorni fa. E siccome per quanto so, fino ad ora, non è circolata nessuna spiegazione, ho pensato di domandarti direttamente.
La questione è che, come mi hanno detto di seconda mano, in una conversazione che hai avuto con alcuni – credo in una cena a Manantiales – hai detto che l’essere umano non potrebbe (realmente) cambiare. E che hai fatto alcuni commenti a riguardo che negavano la possibilità di un “cambiamento vero” nell’essere umano. Questo l’ho preso come una Nuova conclusione a cui eri giunto, secondo
la quale sostieni ora che gli esseri umani non siano capaci di un livello di cambiamento essenziale e
profondo. Com’è differente pensare ciò! E com’è distante dalla nostra corrente di
pensiero.
Bene, suppongo che hai detto quello che mi hanno detto… ma mi domando: È QUELLO CHE VOLEVI DIRE?
E come io/noi lo capiamo?
Pensando a me direi che devo affrontare il fatto – se è un fatto – che noi umani non siamo capaci di un tipo di Cambiamento Umanizzatore vero (trasformazione): cosa su cui tutti abbiamo lavorato per molti anni per propagarla… e che all’improvviso mi FERMA… e cerco e mi domando che cos’è allora quello che sto facendo (per altri) ed in che cosa ho fede.
Da quando ho ascoltato quei commenti e ci ho pensato, ho messo tutti i miei progetti in attesa, compresa la mia serie “Siloisms”, fino a che sarò capace di CAPIRE. Tutti confidiamo nel tuo pensiero e nel tuo giudizio in senso superlativo e pertanto devo domandarti se tutto il Racconto/Storia è cambiato(?).
Grazie Negro per considerare i miei interrogativi… e ancora una volta ti dico che sei sempre nei miei pensieri.
Un grande abbraccio,
David
Ciao David,
Sì, approssimativamente 10 giorni fa ci sono state delle belle cene a Manantiales e, in una di esse, si è toccato questo tema che mi sembra importante considerare.
È possibile il cambiamento profondo ed essenziale nell’essere umano? Sì, lo credo, ma distinguo tra quel cambiamento innegabile, ma lento, che prese il via nei primi ominidi e la possibilità di cambiamento essenziale non dovuto ad una semplice meccanica evolutiva, e neanche ad incidenti “naturali”, bensì dovuto ad una direzione, ad una intenzione della coscienza umana su sé stessa.
Il punto è che i cambiamenti periferici stanno facendo credere a molta gente che sono quelli i cambiamenti a cui si deve aspirare. Si deve andare via più in là della Scienza e della Giustizia per capire quel cambiamento. In effetti, come abbiamo sottolineato in varie occasioni, coloro che lavorano per il progresso della Scienza e della Giustizia, fanno il migliore sforzo per agevolare il superamento del dolore e della sofferenza fornendo le condizioni di quel cambiamento. Ma è chiaro che persino la Giustizia e la Scienza si vanno distorcendo in una parabola accelerata in cui la ricerca del cambiamento si sta orientando verso oggetti, ignorando la cosa più importante del cambiamento essenziale. Questa dimenticanza di sé, questa ignoranza del superamento della meccanica mentale, ci porta a discutere le possibilità di cambiamento…
E qui arriviamo al punto di quell’inquietante ma salutare notte, nella quale potemmo esprimerci così: Non è possibile il cambiamento essenziale senza una direzione chiara in quel senso. E l’epoca sta chiudendo l’orizzonte di questa direzione mentale.
Coloro che hanno seguito la nostra traiettoria di vari anni hanno comprovato che i nostri lavori sono stati orientati nella direzione del “cambiamento simultaneo” e nell’Umanesimo questo prende una grande potenza. Tuttavia, quello sforzo verso il cambiamento delle condizioni mentali è stato a volte debole ed a volte intermittente.
Espongo gli argomenti di un modo un po’ brutale: Tutto ciò che è stato fatto fino a questo momento ha un grande senso ma non basterà fintanto che la gente (anche la più gentile e buona) non si decida di Convertire la sua vita avvertendo la necessità di un cambiamento mentale profondo. È di questo che parla il nostro lavoro nella sua ultima fase; è di questo che parla il Messaggio.
Credo che se nella situazione attuale in cui sta vivendo l’Umanità (e ovviamente anche noi) non si lavora superando ogni censura ed autocensura lanciandoci nei significati ed i lavori di quel Messaggio non sarà possibile il cambiamento essenziale. La direzione deve andare verso Il Profondo della coscienza per connettersi con i significati che stanno spingendo lentamente l’evoluzione dell’essere umano. Ora è urgente e non abbiamo altro con cui fare conoscere questo impulso.
Quando in quella cena abbiamo parlato delle difficoltà di fronte alle quali si trova la mente umana, uno
scoramento corse come vento gelato tra i presenti. Rimase la sensazione che così come siamo, sommersi nella nostra umanità, non penetriamo nel Profondo e se questo succede non è possibile quel Cambiamento. Quella è stata la parte più triste del discorso alla quale si è risposto con un certo stoicismo: “… Non è molto promettente quello che dici! “.
Tuttavia, aldilà dell’aneddoto, credo che contiamo su qualche connessione interna che si può comunicare e questo è possibile perché in tutti noi sta quella fonte insondabile del Profondo da cui dobbiamo berne le acque.
Mio caro David, credo che molti captarono la gravità del momento attuale e la tua lettera è un riflesso di quello che è successo e non si è fermato.
Ti invio il più affettuoso abbraccio,
Negro.
5. Seminario sulla Direzione e gli Aforismi
Durata: un giorno. Arrivo al Centro di Lavoro di mattina.
Cerimonia di Uffizio
Prima parte: Introduzione (1 ora)
Piano di lavoro: Si lavora col testo degli Aforismi, Il Libro di La Comunità, ed alcune riflessioni guidate. Questo lavoro è organizzato per aiutarci a sperimentare ognuno degli Aforismi e, a partire dalla nostra esperienza personale, capire le differenze tra loro. Noi ci concentreremo su un Aforisma personale che corrisponda alla direzione fondamentale delle nostre vite.
Il miglior modo per lavorare insieme è quello di essere rilassati, in tema e di dedicarsi al lavoro che stiamo facendo. L’atteggiamento adeguato è quello di un “investigatore”, cercando di capire, facendo attenzione e senza aspettative. E’ un lavoro semplice che si realizza con gusto.
Che cosa sono “gli Aforismi” e perché lavoriamo con essi?
Sappiamo che, quando ci apprestiamo a fare qualcosa di importante per noi, abbiamo bisogno di avere chiarezza nei pensieri e nelle immagini, avere fede e convinzione che quello che stiamo facendo riuscirà bene e che riusciremo a realizzare ciò che è necessario per ottenere quello che vogliamo. Questo “qualcosa” può essere molto interno, può essere la ricerca di un lavoro, può essere aiutare un’altra persona, può essere un progetto che coinvolga altri, come la messa in moto di una nuova comunità del Messaggio, può essere la costruzione generale della mia vita. Comunque sia abbiamo bisogno del massimo della coerenza tra i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre azioni. Gli Aforismi lavorano precisamente su questi punti.
I nostri Aforismi si formulano in tre livelli di profondità. Essi sono:
1 I pensieri producono ed attraggono azioni.
2 I pensieri sostenuti dalla fede producono ed attraggono azioni più forti.
3 I pensieri ripetuti con fede, producono ed attraggono le azioni che hanno la forza massima.
Un Aforisma Personale è una frase, una immagine, una costruzione mentale semplice che dirige i miei pensieri, i miei sentimenti e le mie azioni in una data direzione. La funzione ed il potenziale di un Aforisma è esattamente questa, quella di chiarire e trasformare le mie idee e i miei sentimenti in azioni coscienti e intenzionali. Crea energia e crea futuro. Un Aforisma può essere personale o collettivo. In tutti i casi gli indicatori che sia ben costruito e che corrisponda ad una verità interna sono che il futuro si apre e che cresce la coerenza personale. In questo senso il lavoro interno con gli Aforismi si può considerare un passo verso una comprensione più chiara del nostro funzionamento interno.
Un Aforisma personale può essere ovviamente qualcosa di più immediato e non necessariamente un lavoro riguardante solo la parte centrale della mia vita. Qui stiamo esplorando e imparando sugli Aforismi ed abbiamo scelto come oggetto di studio la direzione delle nostre vite. Se ci immergiamo in questo lavoro, sicuramente impareremo un nuovo strumento personale che sarà utile in molte situazioni e magari fondamentale per la costruzione della vita a cui aspiriamo.
La Direzione
Il potenziale positivo energetico di un Aforisma personale dipende dalla sua vicinanza alla direzione centrale o senso che ha la mia vita. Questo è importante, giacché nella misura in cui le mie azioni quotidiane coincidono (o non coincidono) con la mia direzione mentale, la mia vita crescerà in coerenza o in sofferenza, tanto per me come per coloro che mi circondano. Dentro di me c’è una direzione che mi spinge avanti, o che mi guida in un modo e non in un altro (e non importa come a volte siano risultate le cose). Questo si può sentire come una specie di calamita nel futuro che mi attrae, o come un motore interno che mi spinge…differenti modi, ma in ogni caso opera.
Per qualche ragione le nostre vite ci hanno portato a stare insieme qui oggi. Per quanto i dettagli delle nostre vite siano molto diversi, c’è qualcosa in comune nella nostra direzione. Ognuno di noi può sentire questo “qualcosa” in maniera diversa, esprimerlo in modo differente, ma in un qualche modo le aspirazioni del Movimento coincidono con quello a cui aspiriamo per le nostre vite e con quello che desideriamo per altri. C’è lì un’immagine interna che opera e che ha certe caratteristiche comuni: una sua direzione centrifuga che va verso gli altri; un interesse che apre la comunicazione e supera la discriminazione e la violenza. C’è il sospetto o la certezza che la vita sì ha un senso, che non tutto finisce con la morte e questo determina come costruisco la mia vita. Esiste il desiderio di superare la sofferenza in me e negli altri. Questa direzione è per noi l’importante e la possiamo vedere come il timone di una imbarcazione. Uno non vede il timone, però è ciò che permette all’imbarcazione di arrivare a destinazione. Senza timone l’imbarcazione gira in tondo alla mercé delle maree e delle correnti, delle forze esterne. Il nostro interesse è di conoscere questo timone, renderlo esplicito e manifestarlo nelle nostre vite.
Aspirazioni
Come facciamo a sapere quali sono le nostre reali aspirazioni? Di sicuro abbiamo molte cose tra loro differenti che vogliamo, che desideriamo, di cui abbiamo bisogno e che operano simultaneamente, dalle più mondane fino alle più alte. Alcune di esse ci portano in una direzione valida e altre ci portano alla sofferenza. La chiave per scoprire le nostre aspirazioni profonde ha a che vedere con la commozione emozionale positiva che si sente quando prendiamo contatto con esse. Ci sono molte cose che vogliamo o che ci piacerebbe che accadessero, ma senza questa connessione emotiva sono semplicemente divagazioni, buone idee, ma non hanno la profondità di qualcosa d’importante per le nostre vite.
Nella misura in cui sento che aumenta la mia coerenza e la mia unità interna, che la mia vita sta prendendo un significato valido (almeno per me), allora sento che sto in un cammino di profondità e verità all’interno di me stesso. C’e una esperienza di riconoscimento nel contatto con questa aspirazione profonda che sta operando anche quando non è tanto chiara, manifesta o esplicita.
Il nostro interesse in questo lavoro con gli Aforismi è quello di cercare di avvicinarci a questa aspirazione interna che è come una corrente sotterranea che opera in me, guidando la mia vita in una certa direzione, affinché poi io possa guidare le mie azioni quotidiane con maggiore coerenza.
Primo lavoro – Aforisma personale (1 ora)
A. Riflessione: Relax esterno e interno guidato….. Cerco delle immagini che abbiano il registro di qualcosa a cui aspiro…. idee o immagini di persone e situazioni che mi mobilizzano…. cerco significati….. Cos’è che sento quando prendo contatto con quella aspirazione?….. Posso sentire che cresce senza limiti?….. Posso riconoscere questo sentimento in altri momenti della mia vita?….. In differenti situazioni della mia vita?…. Rivedo diversi momenti e situazioni della mia vita che hanno questo registro, guidato da questo sentimento….
Trarre conclusioni per iscritto: (senza interscambio)
Scrivere la propria esperienza. Se qualcuno non sente di aver preso contatto con questa emozione, lavorare con un registro che ci ispiri.
B. Riflessione: Mi rilasso….. riprendo questo sentimento…..Con questo sentimento rifletto sui miei pensieri e sulle azioni…… Osservo attraverso la mia vita i momenti in cui questo sentimento si manifestava di più…… quando era assente……. Ricordo i pensieri e le azioni della mia vita nei momenti in cui quel sentimento era assente….. riprendo il sentimento della mia aspirazione….. Ricordo i pensieri e le azioni che si relazionavano con questo sentimento in quei momenti…… vedo il mio futuro… ..
Prendere nota delle proprie conclusioni.
C. Medita internamente e comincia a costruire un Aforisma personale su come si possa esprimere questa aspirazione nella propria vita. Questo aforisma personale può essere una frase, una immagine, una forma di esprimere a te stesso questo sentimento. È come un’affermazione interna, creata in un modo intuitivo più che in un modo logico. Può darsi che non rifletta pienamente la propria aspirazione, ma che si avvicini. Il punto è che quando si prenda contatto con quella frase o quell’immagine, si senta la forza di quel sentimento.
D. Riflessione: Rilasso le mie tensioni…… Sento il mio Aforisma che opera….. e che prende vita dentro di me…..che prende vita dentro di me….
Interscambio in gruppi di 3 persone (1 ora)
Pausa – Pranzo (un’ora)
Seconda parte: Gli Aforismi (Libro della Comunità) (due ore)
Nº 1: “I pensieri producono ed attraggono azioni”
Che cosa vuole dire che i pensieri “producono azioni”? Vuole dire che io agisco nella vita d’accordo a quello che sento, o ricordo, o immagino. E’ evidente che qualunque attività io faccia risulterà d’accordo a quanto l‘abbia esercitata prima e funzionerà in relazione a quanto abbia chiaro il da farsi. Se i miei pensieri sono confusi è molto probabile che i miei atti siano confusi e così via.
Riguardo al fatto che i pensieri “attraggono azioni”, è evidente che se hanno prodotto atti di confusione si creerà confusione nelle mie attività e nelle persone a cui mi dirigo. Come conseguenza ritorneranno su di me risultati di quel tipo. Se penso con risentimento e agisco in quel modo, sicuramente creerò risentimento e attrarrò verso me quelle azioni di altre persone. Basta che una persona creda nella sua “cattiva sorte” perché le sue azioni e quelle degli altri finiscano per produrre fatti o situazioni sfortunate.
Riflessione: Rilasso le mie tensioni……. Mi connetto con il mio Aforisma personale…..sento il mio Aforisma….. Vedo le immagini che appaiono……….Dove sono io nelle immagini?……. Quali sono i miei pensieri……. Quali sono le mie azioni?…… Dove finiscono le mie azioni?……..
Scrivo i pensieri e le azioni. Che azioni sono state prodotte e che azioni sono state attratte? Considera le conseguenze di queste azioni.
Commenti
Nº 2: ” I pensieri sostenuti dalla fede producono ed attraggono azioni più forti “.
“Fede” vuole dire convinzione, sentimento forte, sicurezza che una cosa sia così come la credo. Non è lo stesso pensare con dubbi che pensare con la forza delle emozioni. Basta vedere quello che è capace di muovere un sentimento forte come l’amore, per comprendere quello che stiamo dicendo.
Riflessione: Rilasso le mie tensioni….. respiro profondamente……Adesso riprendo le stesse immagini….. gli stessi sentimenti….. Li vedo chiaramente….. i miei pensieri….. le mie azioni…… sento quell’emozione dentro di me….. aumento questo sentimento….. lo faccio più profondo….. metto fede e certezza in questo sentimento….. come sono i miei pensieri……. come sono le mie azioni…… Continuo ad aumentare la mia fede nel mio Aforisma…….
Prendere nota dell’esperienza. Quali sono state le differenze rispetto ai pensieri con la riflessione dell’Aforisma No1? Quali sono state le tue azioni e quali le loro conseguenze?
Commenti
Nº 3: ” I pensieri ripetuti con fede, producono ed attraggono le azioni che hanno la forza massima”.
Quanto più si ripete un’azione o un pensiero, più si registra nella memoria, più forti si fanno le abitudini e più ci si predispone alle azioni future in quella direzione. Se qualcuno pensa continuamente con fede che si ammalerà, finirà ammalato con più probabilità che se lo pensasse solo fugacemente o senza convinzione. Quanto detto vale anche per i progetti che ho nella vita. Debbono essere pensati con chiarezza, con fede e debbono essere ponderati più volte. Allora le mie azioni andranno in quella direzione e creerò risposte del mio ambiente e delle persone che mi circondano nella direzione che mi interessa.
Come ripeto con fede il mio Aforisma personale? Con una meditazione giornaliera, con intenzione, rendendolo centrale in ogni giorno, incorporandolo alle attività di ogni giorno. Se ho una Guida Interna posso rivolgerle le Richieste per rafforzare il mio Aforisma.
La Guida e la Richiesta: Se ho una Guida Interna, la cosa migliore sarà quella di includere la mia Guida (con la sua Forza, la sua Saggezza e la sua Bontà) nel lavoro con il mio Aforisma. Posso chiamare la mia Guida affinché mi accompagni, affinché rinforzi e guidi il mio Aforisma, per chiederle consiglio su come avanzare nelle diverse situazioni. In questo modo “infondo” al mio Aforisma gli attributi della Guida. Incorporo la forza della Richiesta nei miei pensieri e nelle mie azioni.
Riflessione: Riprendo le stesse immagini con fede….. mi vedo nella vita di tutti i giorni….. le mie attività…. i miei pensieri….. continuo a ripetere internamente il contatto con il mio Aforisma….. connettendomi più profondamente con questa verità interna…… osservo i miei pensieri….. la forza delle mie azioni…… vedo le conseguenze delle mie azioni…..
Prendere nota delle immagini, pensieri, azioni e conseguenze.
Interscambio in gruppi di 3
Scrivere le conclusioni e la sintesi personale.
Interscambio finale d’insieme.
Uffizio
Agape di conclusione
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Bibliografia
Il Libro della Comunità
6. Seminario sulla Richiesta
Durata: un giorno. Arrivo al Centro di Lavoro di mattina.
Cerimonia di Uffizio
inquadramento
Questo seminario è affezionato al lavoro con la Richiesta, complementato con la riflessione personale, lo
studio e l’interscambio in gruppi; inoltre, celebreremo cerimonie.
Prima Parte—Riflessione personale e interscambio (un’ora e mezza)
La nostra prima riflessione sarà di carattere personale sulla nostra crescita interna nell’affrontare le difficoltà della vita negli ultimi tempi. Ci prenderemo alcuni minuti per meditare su quei momenti e poi interscambiamo in gruppi di tre persone.
Seconda Parte—Studio (un’ora e mezza)
Cerimonia di Benessere – Commenti di Silo
Studio in gruppi, scrivere le proprie riflessioni e comprensioni
“Una terza cerimonia, conosciuta come di “Benessere”, si realizza anch’essa su richiesta dei presenti. Senza dubbio, si tratta di una posizione mentale in cui una o più persone vengono evocate, e si cerca di ricordare nel modo più vivido possibile la loro presenza ed i loro toni affettivi più caratteristici. Si cerca comprendere nel modo più intenso possibile le difficoltà che in quel momento possono vivere le persone evocate. Si passa poi a considerare un miglioramento della situazione in modo che si possa sperimentare il registro di sollievo corrispondente.
Questa cerimonia evidenzia un certo meccanismo di “buoni auspici” o di “buone intenzioni” con il quale ci esprimiamo molto frequentemente, quasi spontaneamente. Diciamo: “buona giornata”, “cento di questi giorni”, “che ti vada bene l’esame” o “ti auguro di uscire da questa difficoltà”, ecc. È chiaro che in questa cerimonia si fanno le “Richieste” a partire da una buona disposizione mentale che mette enfasi su intensi registri affettivi. La “Richiesta” di benefici per altri, realizzata nelle migliori condizioni, ci pone in una posizione mentale nella quale ci predisponiamo a dare l’aiuto necessario il che migliora, inoltre, la nostra direzione mentale rafforzando in noi le possibilità di comunicazione con gli altri.
Un punto molto importante da considerare rispetto alle “Richieste”, è quello di effettuarle con il fine che altri possano superare le difficoltà e ristabilire le loro migliori possibilità. Su questo, non ci deve essere confusione. Vediamo un caso. Si potrebbe supporre che una Richiesta per il recupero della salute di un moribondo sia la cosa più adeguata, poiché si sta tentando di sottrarre al dolore e alla sofferenza la persona che ne è colpita; ma, mettendo a fuoco tale Richiesta, si deve prestare molta attenzione, perché non si tratta di chiedere la cosa migliore per noi stessi, che vorremmo mantenere la persona colpita dalla malattia in buona salute e vicino a noi. La richiesta corretta dovrebbe puntare a ciò che è meglio per quel moribondo e non a ciò che è meglio per noi stessi. In questa situazione, in cui siamo legati dall’affetto per quel moribondo che soffre, dovremmo forse considerare che quella persona può desiderare di uscire dalla sua situazione, riconciliata ed in pace con sé stessa. In questo caso, la richiesta è per “ciò che è meglio per la persona malata” e non per ciò che è meglio per me, che vorrei trattenere l’altra persona ad ogni costo. Cosicché la Richiesta per l’altro deve considerare che cosa è meglio per l’altro e non per me.
Questa cerimonia si conclude, per coloro che lo desiderino, col fare sentire la presenza di quegli esseri molto cari che “benché non siano qui, nel nostro tempo e nel nostro spazio” sono o sono stati in relazione con noi nell’esperienza dell’amore, della pace e della calda allegria.
Infine, con questa cerimonia si pretende di creare una corrente di benessere per tutti i presenti che sono orientati in una stessa direzione.”
Lettura degli scritti di ogni gruppo e interscambio
Breve pausa
Cerimonia di Uffizio
Cerimonia di Benessere
Pranzo (un’ora)
Terza parte – La Richiesta (due ore)
Per noi la Richiesta è un atteggiamento trasformatore ed anche un procedimento dove possiamo chiarire le nostre necessità e concentrare la nostra energia sul loro compimento. Ovviamente le “mie necessità” non si limitano alla mia situazione personale, ma riguardano anche il mio “mondo” che include i miei cari ed altri, tutti coloro la cui presenza esiste dentro di me, che contribuiscono alla configurazione del mio mondo interno.
Abbiamo molti momenti nelle nostre Cerimonie dove chiediamo esplicitamente, come il caso del Benessere, della Protezione, dell’Uffizio, dell’Imposizione ed anche in altre Cerimonie sono impliciti i nostri migliori desideri per il raggiungimento delle aspirazioni di altri, come nell’Assistenza, nel Matrimonio e nella Cerimonia di Morte.
La Richiesta implica due momenti, uno in cui meditiamo su quello di cui abbiamo realmente bisogno e l’altro dove formuliamo una richiesta affinché ciò che necessitiamo si compia.
Al primo momento, relazionato con questa breve meditazione, si riferiva Silo nella sua Esposizione Inaugurale del 7 Maggio 2005 a La Reja quando ha detto:
“…Poiché oggi siamo in una celebrazione (e in alcune celebrazioni la gente si scambia regali) vorrei farti un regalo che, sicuramente, vedrai tu se merita di essere accettato. Si tratta, in realtà, della raccomandazione più facile e pratica che sono capace di offrire. È quasi una ricetta di cucina, però confido che tu andrai oltre ciò che dicono le parole…
In qualche momento del giorno o della notte, aspira una boccata d’aria e immagina di portare quest’aria al tuo cuore. Allora, chiedi con forza per te e per gli esseri a te più cari. Chiedi con forza di allontanarti da tutto ciò che ti dà contraddizione; chiedi che la tua vita abbia unità. Non dedicare molto tempo a questa breve orazione, a questa breve richiesta, poiché basterà che tu interrompa per un istante quello che sta succedendo nella tua vita perché, nel contatto col tuo interno, i tuoi sentimenti e le tue idee si chiariscano.
Allontanare la contraddizione è lo stesso che superare l’odio, il risentimento, il desiderio di vendetta. Allontanare la contraddizione è coltivare il desiderio di riconciliazione con gli altri e con se stessi. Allontanare la contraddizione è perdonare e riparare doppiamente ogni male che si sia inflitto ad altri.
Questo è l’atteggiamento che è opportuno coltivare. Allora, col passare del tempo, comprenderai che la cosa più importante è ottenere una vita di unità interna che darà frutti quando ciò che pensi, senti e fai andrà nella stessa direzione. La vita cresce grazie alla sua unità interna e si disintegra a causa della contraddizione. E succede che quello che fai non rimane solo in te, ma arriva agli altri. Pertanto, quando aiuti altri a superare il dolore e la sofferenza, fai crescere la tua vita e dai un apporto al mondo. All’opposto, quando aumenti la sofferenza di altri, disintegri la tua vita e avveleni il mondo. E chi devi aiutare? Prima di tutto quelli che sono più vicini, però la tua azione non si fermerà ad essi.
Con questa “ricetta” l’apprendimento non termina ma, piuttosto, comincia. In questa “ricetta” si dice che bisogna chiedere, però a chi si chiede? Secondo ciò che credi, sarà al tuo dio interno, alla tua guida o a un’immagine ispiratrice e riconfortante. Infine, se non hai a chi chiedere non avrai nemmeno a chi dare e quindi il mio regalo non meriterà di essere accettato”.
Interscambio sul testo in gruppi di 3
Interscambio d’insieme
Pausa
Riflessione Personale
In silenzio, ognuno medita internamente su ciò di cui ha realmente bisogno. Non è la stessa cosa “quello che io voglio” e “quello che mi piacerebbe che succedesse” confrontato con “quello di cui ho bisogno veramente”.
Qui il contesto della domanda “di cosa realmente ho bisogno” è molto chiaro ed anche a chi chiedo ed ognuno porta avanti questa Richiesta a suo modo.
Il “procedimento” della Richiesta ha a che vedere col fatto di concentrare questo desiderio nei nostri cuori. È lì, nei nostri cuori, dove ci connettiamo con la nostra Forza. Qui c’è l’energia, prodotta dai sentimenti forti che sono intrecciati intimamente con le nostre necessità reali e che è capace di stimolare il loro compimento. E’ nei nostri cuori dove troviamo la Forza capace di soddisfare le nostre reali necessità.
Citando nuovamente il testo: “… In qualche momento del giorno o della notte, aspira una boccata d’aria ed immagina di portare quell’aria al tuo cuore”. Come porto questo al mio cuore? Prendo una boccata di aria profonda e continuo a concentrare, premendo questa aria “dentro il mio cuore”. Magari mi aiuto mettendo la mano sul mio cuore, sentendo il mio cuore. E da lì continuo a concentrare la mia richiesta, ripetendo la mia richiesta con la mia “voce interna” o a voce alta, concentrato nel mio cuore. Questo brevemente e con Forza.
Pratica:
Prendersi un po’ di tempo in cui ognuno possa meditare su quello di cui ha realmente bisogno.
Poi, tutti in piedi… La mia mente è inquieta (l’insieme ripete)… il mio cuore è agitato (l’insieme ripete)… il mio corpo teso (l’insieme ripete)…. Rilasso il mio corpo, il mio cuore e la mia mente (l’insieme ripete)…
(Richiesta) Prendi una boccata di aria profonda e portala al cuore…. Premi l’aria dentro il tuo cuore…. Premi la tua mano sul cuore… prendi contatto con la tua Guida e chiedi con forza… Chiedi con forza per ciò di cui hai realmente bisogno… Chiedi con forza con la tua voce interna o a voce alta… Chiedi per ciò di cui hai realmente bisogno….
Ripetere la Richiesta 3-4 volte, senza interruzione tra l’una e l’altra.
Pausa
Chiusura del giorno: Cerimonia di Uffizio
Agape di amicizia
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Bibliografia
Libro Il Messaggio di Silo
Parole di Silo in inaugurazione del Parco La Reja, 07.05.2005
Commenti a “Il Messaggio di Silo”
7. seminario sulla Regola d’Oro e le azioni transformatrici
Durata: un giorno. Arrivo al Centro di Lavoro di mattina.
Cerimonia di Uffizio
Inquadramento
Questa giornata di lavoro è dedicata allo studio, alla riflessione e all’interscambio sulla Regola d’Oro e sulle azioni trasformatrici che si ripercuotono nella gente a noi vicina e in noi stessi e la cui influenza è interminabile. Oggi investigheremo mediante la nostra propria esperienza, mediante lo studio, la
riflessione e l’interscambio, sulla Regola d’Oro nella nostra vita personale e anche come questo
Principio di Azione Valida si traduca in orientazione della nostra azione sociale con Il Messaggio di Silo.
Per questo lavoro faremo alcune delle nostre cerimonie di Esperienza e studieremo il tema
formativo La Regola d’Oro.
Primo lavoro
Lettura e interscambio in gruppi: Tema formativo La Regola di Oro.
Pausa
Secondo lavoro
La Regola d’Oro
Il nostro principio etico che ci guida nell’agire dice: “Tratta gli altri come vuoi essere trattato”. Per noi non esiste una morale più alta in grado di guidare la condotta umana, personalmente e socialmente. Quando lo applichiamo coscientemente, ci ubichiamo immediatamente allo stesso livello dell’altro, né al di sopra, né al di sotto. E questo posizionamento mentale è ciò che permette la vera solidarietà e l’uguaglianza a favore della coesistenza. “Io” non sono il centro del mondo, “noi” esistiamo e la condotta violenta, in tutte le sue forme, trova difficoltà a mettere radici nella nostra atmosfera mentale. Questo principio orienta la nostra aspirazione alla coerenza personale, unendo i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre azioni. Ci permette di superare le contraddizioni personali e dà luogo a nuovi pensieri, nuove emozioni e nuove azioni sia nel campo delle relazioni personali che in quello delle relazioni sociali. Si tratta di una posizione morale di fronte alla vita e la sua giustificazione universale è il registro d’unità interna che tutte le persone sperimentano quando le loro azioni sono veramente orientate da questa comprensione.
Nel Messaggio di Silo abbiamo l’opportunità di approfondire la nostra esperienza interna attraverso le cerimonie, attraverso la libera interpretazione e l’interscambio con gli altri sui diversi temi, come la morte, l’immortalità, il sacro, il senso della vita ed altri.
Queste esperienze sembrano formare una specie di “atmosfera interna”, una nuova forma di sperimentare sé stessi e la vita in generale, ed è dal proprio mondo interno che le nostre azioni si estendono e vanno a finire negli altri. Alcune delle nostre cerimonie, come l’Uffizio e l’Imposizione, riguardano l’esperienza interna. Altre, come il Benessere, la Protezione, il Matrimonio, l’Assistenza e la Morte sono anche sociali e hanno a che vedere con la nostra forma di trattare gli altri.
A sua volta, la cerimonia di Riconoscimento consiste in un’esperienza personale di dichiarazione di princìpi, ma questa dichiarazione riguarda anche un impegno sociale verso il mondo a cui si aspira.
La Regola d’Oro è un orientamento chiaro per la relazione con gli altri e se c’interessano gli “atti trasformatori”, dobbiamo considerare che tutti gli atti diretti verso gli altri si configurano dentro il mio mondo interno che è tinto dalla mia atmosfera mentale. In questo senso, a seconda di come siano i miei pensieri e i miei sentimenti, le mie azioni si configureranno ed esprimeranno nel mondo in una determinata maniera, esercitando la loro influenza su coloro che le “ricevono”. La mia forma di trattare gli altri finisce in essi, sia che ne traggano beneficio o no, e le loro azioni finiranno in altri ancora e così via. Anche io sperimento le mie azioni verso gli altri e questo registro mi rimane nella memoria influendo su questa atmosfera mentale che sto costruendo continuamente, questa forma positiva o negativa. Sembrerebbe che tutti influiamo e siamo influenzati da altri, cosa importante da tenere in considerazione. Non è indifferente come portiamo avanti la nostra vita dato che le nostre azioni non finiscono in sé stesse ma continuano in altri ed in noi stessi.
Questo è molto chiaro nella Cerimonia di Morte. Siamo lì, la vita di quell’essere caro ha cessato di agire nel suo corpo. Quel corpo non realizzerà più “azioni” eppure possiamo sentire e riconoscere l’influenza viva delle sue azioni in noi stessi. Cerchiamo di immaginare tale situazione.
Esperienza
Chiudiamo gli occhi. Ricordiamo ad un essere caro che se n’è andato.
Di seguito si legge la Cerimonia di Morte.
Si dà luogo ad un interscambio tra coloro che vogliano parlare.
Commenti
Qui possiamo vedere come le azioni di altri e le azioni sperimentate nella nostra relazione con l’altro ci hanno cambiato e continuano ad agire in noi, trasformando la nostra azione verso altri. In questo senso possiamo vedere come la Storia, il grande accumulatore e trasformatore delle azioni realizzate da coloro che ci hanno preceduto, continua oggi in noi. Comprendere questo può svegliare in noi una nuova compassione e tolleranza. E così, come “nessuno” deve essere incolpato della attuale disgrazia tanto amplia, ogni persona assumerà o meno come responsabilità personale, l’aiuto alla trasformazione dei processi distruttivi in forze che favoriscano la vita.
Cerimonia di Benessere
Pranzo (un’ora)
Terzo lavoro
Abbiamo visto qualcosa su il Principio di Solidarietà o Regola d’Oro che dice: Tratta gli altri come vuoi che ti trattino. Abbiamo visto come quello delle azioni è un mondo complesso e che la sua influenza non ha fine e prosegue nel paesaggio umano in costante trasformazione. Abbiamo visto anche come ci sono azioni che fanno bene agli altri nel senso migliore ed altre no. Nel Messaggio di Silo abbiamo questo Principio tradotto ed elevato ad un’affermazione, condivisa, di esperienza, ideali, atteggiamenti e procedimenti. Ciò si osserva nella cerimonia di Riconoscimento ed alla luce di nostro interesse è molto appropriato il suo studio.
Studio e interscambio in gruppi: Cerimonia di Riconoscimento
Annotazioni del gruppo
Lettura e interscambio d’insieme.
Pausa
Cerimonia di Uffizio
Cerimonia di Riconoscimento
Agape di amicizia.
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Bibliografia
Libro di Il Messaggio di Silo
Tema Formativo La Regola di Oro
8. Ritiro della Forza II
Durata: 3 giorni; arrivo al Centro di Lavoro il pomeriggio precedente il 1° giorno.
Nel pomeriggio
Arrivo e benvenuto. Adattamento nell’ambito. Cena.
Inquadramento
Si spiega che il senso di questo Ritiro è cercare di avere un’esperienza interna profonda con il lavoro della Forza, oltre a studiare, riflettere e interscambiare su Lo Sguardo Interno e il documento Commenti a Il Messaggio di Silo.
Raccomandazioni sull’atteggiamento
Qui l’unico tema è il nostro lavoro personale. L’atteggiamento adeguato è la gentilezza, il buon umore
e la sincerità interna. Trattandosi di un ritiro sulla Forza, le relazioni tra noi sono molto importanti: amabili, leggere ed aperte. La cosa importante è prendere contatto con se stessi e imparare dell’altro.
Cerchio mentale
Il cerchio mentale è la nostra forma di generare uno “spazio mentale” differente dove possiamo lavorare.
Il cerchio opera producendo un limite nello spazio e nel tempo. Questo limite concentra ed eleva il
livello di attenzione. Solamente con maggiore attenzione possiamo imparare di più su noi stessi e
gli altri.
Spiegazioni sul funzionamento del ritiro
Nel ritiro tutti partecipiamo nelle stesse condizioni. Ci sono solamente due ruoli, quello di
partecipante e quello di direttore. Si raccomanda la puntualità nell’inizio di tutte le attività, quando ci si alza e quando si va a letto. Il tempo libero può essere usato per passeggiare, interscambiare, terminare o ripassare lavori, ecc., ma non implica l’uscita dal cerchio o dal tema. Si sottolinea che sebbene il lavoro è concentrato, ci sarà sufficiente tempo per fare tutto con profondità e senza difficoltà. È importante centrarsi bene in ognuno dei lavori, svilupparli bene, interscambiare con altri, fare osservazioni e trarre conclusioni.
Revisione degli orari
Breve pausa
Lettura d’insieme
In base a: Commenti a Il Messaggio di Silo ed Il Messaggio di Silo
Prima parte di “Commenti a Il Messaggio di “Silo” fino a Capitolo II.
Pausa
Uffizio
Tempo libero
01:00 fine del giorno
Giorno 1
09:00 Sveglia
10:00 Colazione
11:00 Spiegazioni sull’obiettivo e raccomandazioni per il lavoro del ritiro
In questo ritiro tenteremo di approfondire la nostra esperienza personale e la comprensione di Il Messaggio di Silo, concentrandoci su due temi: uno di essi è l’esperienza della Forza nel contesto cerimoniale dell’Uffizio e Imposizione di Mani e l’altro è la riflessione su alcuni capitoli selezionati di Il Messaggio di Silo e dei Commenti. Comprendiamo che questo è solo un interesse parziale e particolare riferito al Messaggio di Silo, tuttavia, è questo che svilupperemo durante questi giorni.
Grazie al fatto che siamo in una situazione di “ritiro” in un Centro di Lavoro, abbiamo le migliori condizioni per approfondire in noi stessi. Qui siamo lontani della routine e dagli obblighi quotidiani, non abbiamo fretta né un luogo dove andare e non siamo interessati all’efficienza. Queste sono le condizioni ideali per il lavoro interno.
La Forza
Per prendere contatto con la Forza c’è una certa condizione mentale e predisposizione affettiva che sono favorevoli e che corrispondono. Il contesto cerimoniale dell’Uffizio e dell’Imposizione di Mani ci allontana dai tecnicismi e ci invita ad un’apertura interna più poetica con noi stessi. Sebbene questo si manifesta in ognuno di noi in maniera personale, la cosa comune è che esiste un grande affetto ed un interesse ispirati nel nostro lavoro, ed il fatto che facciamo questo tra amici aumenta questa atmosfera mentale.
In questo ritiro lavoreremo ripetutamente con la Forza e questo darà l’opportunità ad ognuno di prendere nota e riflettere sull’esperienza. Magari capiremo di più su di noi: come ci poniamo internamente entrando in questo lavoro, le facilità e difficoltà che abbiamo in differenti momenti seguendo le indicazioni che vengono date. Questo non è per mettere un’ottica tecnica sul lavoro cerimoniale, ma piuttosto sono l’accordo e la ripetizione di esperienze che ci offrono la rara opportunità di approfondire, di imparare ed familiarizzarci più con la Forza. Ognuno di noi ha energia e Forza ed il nostro interesse è prendere contatto con l’Esperienza della Forza.
Forse una cosa che abbiamo in comune è che ogni volta che facciamo un Uffizio, la nostra
esperienza della Forza è differente. E questo si deve al fatto che noi stessi stiamo cambiando
costantemente. A volte siamo molto ispirati, altre volte siamo stanchi o pieni di rumore interno, alcune volte tutto si muove assieme in armonia ed altre volte no. Sia come sia, se possiamo entrare umilmente in ogni esperienza, senza aspettative (sapendo che sarà sempre differente), connessi internamente e seguendo le frasi che si leggono, usciremo dall’esperienza cambiati e rafforzati internamente.
Studio, riflessione e interscambio
Studieremo e interscambieremo su Il Messaggio di Silo: la Prima Parte i capitoli introduttivi de Lo Sguardo Interno ed i capitoli che hanno a che vedere con la Forza, ed la Seconda Parte che include le cerimonie di Esperienza. Cominceremo coi testi, completandoli con le osservazioni di Silo nei Commenti e interscambieremo tra noi. Le riflessioni selezionate per l’Uffizio saranno quelle di Il Cammino. Nelle cene si faranno letture di Miti Radice Universali. A parte questi testi, questo ritiro è un’eccellente opportunità per la riflessione personale su tutti gli altri testi che si trovano ne Il Messaggio di Silo e nei Commenti. Sappiamo che il Messaggio si basa sul principio della libera interpretazione, questo ci offre l’opportunità di rispettare ed imparare dagli altri.
11:30 Caffè
12:00 Lettura e interscambio: Lo Sguardo Interno, capitoli VI e VII.
Uffizio
Annotazioni personali
14:00 pranzo
Pausa
15:30 Interscambio sul lavoro della mattina
Nei “Commenti…”, l’orientamento sull’esperienza della Forza è il seguente:
“I temi della Forza, del Centro Luminoso, della Luce Interna, del Doppio e della Proiezione dell’Energia, possono essere visti in due modi diversi: Primo. Considerarli come fenomeni di esperienza personale e, pertanto, considerarli relativamente incomunicabili alle persone che non li hanno registrati, limitandosi nel migliore dei casi a descrizioni più o meno soggettive. Seconda. Considerarli all’interno di una teoria più ampia che li spieghi, senza ricorrere alla prova dell’esperienza soggettiva. Tale teoria più ampia che potremmo considerare come derivazione di una Psicologia Trascendentale, è di una complessità e profondità tali che è impossibile esporla in questi semplici “Commenti su Il Messaggio di Silo”.”
Lettura e interscambio: Lo Sguardo Interno, capitoli VIII, IX, X
Uffizio
Annotazioni personali
Breve pausa
Interscambio
17:00 Caffè
17:30 Studio in gruppi: Materiali: Commenti su Il Messaggio di Silo, Il Messaggio di Silo
Gruppo 1: Capitoli II, III ed IV
Gruppo 2: Capitoli V e VI
Gruppo 3: Capitolo XIII
Ogni gruppo studia, interscambia e annota le sue riflessioni.
Lettura d’insieme degli scritti di ogni gruppo.
Tempo libero
21:30 Cena con lettura (Mito da scegliere dal libro Miti Radice Universali)
22:30 nel testo dell’Uffizio troviamo queste frasi:
Rilassa completamente il tuo corpo ed acquieta la mente…
Quindi, immagina una sfera trasparente e luminosa che scende fino a te e viene infine accolta nel tuo cuore…
Riconoscerai il momento in cui la sfera comincia a trasformarsi in una sensazione di espansione all’interno del tuo petto…
Qui, l’immagine visiva della sfera viene accolta all’interno del nostro cuore e comincia a trasformarsi da un’immagine visiva ad un’immagine cenestesica, una sensazione che si espande. Questa trasformazione da un senso ad un altro è importante ed è quello che seguiremo con la nostra attenzione…
quella sensazione espansiva.
Lettura e interscambio: Lo Sguardo Interno, capitoli XI, XII
Uffizio
Annotazioni personali
23:30 Caffè e interscambio
01:00 Fine del giorno
Giorno 2
08:30 Sveglia
09:30 Colazione
10:00 Interscambio sul giorno anteriore.
11:00 Caffè
11:30 Studio: Lettura e interscambio d’insieme
Materiale: Commenti a Il Messaggio di Silo
Seconda Parte, Introduzione
Pausa
Lettura e interscambio: Lo Sguardo Interno, capitoli XV e XVI
Uffizio o Imposizione
Annotazioni personali
14:00 Pranzo
Pausa
15:30 Interscambio sull’esperienza e gli impedimenti con la Forza
Pausa
Lettura e interscambio: Lo Sguardo Interno, capitolo XVII
Uffizio
Annotazioni personali
18:00 Caffè
Tempo libero
21:00 Cena con lettura (Mito da scegliere dal libro Miti Radice Universali)
23:00 lettura e interscambio: Lo Sguardo Interno, capitolo XVIII
Uffizio con ringraziamento
Annotazioni personali
01:00 Fine del giorno
Giorno 3
09:00 Sveglia
10:00 Colazione
11:00 lavoro personale: sintesi del ritiro (scoperte, comprensioni e riflessioni)
Incorporo le domande: chi sono?, verso dove vado?
12:00 Interscambi liberi d’insieme delle sintesi personali
Pausa
14:00 lettura: Lo Sguardo Interno, capitolo XX
Uffizio o Imposizione
15:00 pranzo di amicizia
Fine del cerchio
Ordinamento dell’ambito e partenza
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Bibliografia
Il Messaggio di Silo
Commenti a Il Messaggio di Silo
Miti Radice Universali, Silo
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